Indagine Vidas-Ipsos

Cure palliative per la demenza: è tempo di sostenere i caregiver fin dall’attivazione

Dat e pianificazione condivisa dell’assistenza sono tra gli strumenti già disponibili ma ancora poco conosciuti: serve uno sforzo per renderli accessibili così come per diffondere l’attuazione della legge 38 del 2010

di Barbara Rizzi *

3' di lettura

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La fragilità delle persone di cui mi prendo cura come medico palliativista si estende, soprattutto nelle fasi più avanzate di malattia, ai familiari e caregiver. Nonostante la legge 38 del 2010, le cure palliative sono ancora poco conosciute, attivate tardivamente, soprattutto per i malati oncologici.

Conoscenza diffusa

E i malati con malattie cronico-degenerative? A chi si rivolgono? I pazienti con demenza, ad esempio, arrivano ai nostri servizi spesso quando sono in una fase molto avanzata di malattia. Il che significa, per il caregiver, aver già trascorso tanti anni di fatiche e solitudine: un lungo percorso a ostacoli che trasforma il tempo della cura in peso che grava interamente sulle loro spalle.

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Di recente, Ipsos ha condotto per conto di Vidas una ricerca nazionale sul tema Cure palliative e demenza, intervistando un campione rappresentativo di medici e infermieri (ospedali e strutture residenziali per anziani) e di caregiver di malati con demenza. L’86% dei medici e l’85% degli infermieri conoscono le cure palliative e le considerano, a ragione, un diritto del cittadino e uno strumento prezioso di cura mentre la maggior parte dei familiari/caregiver non sanno della possibilità di attivarle per i propri familiari.

Il sollievo dei caregiver

Il 56% dei medici e il 68% degli infermieri ritengono che le cure palliative siano da attivare soprattutto nelle fasi terminali di malattia, ma – dato interessante e segnale di un cambiamento culturale di cui abbiamo bisogno – il 36% dei medici, soprattutto neurologi, afferma che le cure palliative andrebbero introdotte già dalla diagnosi. Le cure palliative, infatti, sono un approccio che migliora la qualità della vita e solleva le famiglie da un carico che, se affrontato in solitudine, diventa devastante con ripercussione su salute fisica e mentale.

«Grazie a voi, ho ripreso a ‘godere’ del tempo trascorso con la mamma dopo oltre 10 anni! E sono riuscita anche a sentirmi accudita nel mio accudire la mamma. Insomma, da quando siete arrivati voi non sono più sola!». Dalla ricerca emerge anche questo: i familiari si sentono soli e impreparati. Vorrebbero risposte, supporto, una guida per affrontare l’evoluzione della malattia e pianificare il futuro. Vorrebbero poter scegliere per sé e aiutare i propri cari a scegliere. E tra le scelte, emerge chiaramente il desiderio (73% dei casi) di assistere il proprio caro a casa e di essere assistiti a casa loro stessi in fine vita.

Le domande di chi assiste

«Cosa devo fare quando il papà cerca di dire una parola e non ci riesce? O quando gli va di traverso l’acqua?». Molte volte, le domande che mi rivolgono i caregiver si riferiscono a questioni molto concrete, altre volte si riferiscono a quali siano le decisioni giuste da prendere in vece del proprio caro. Esistono già due strumenti molto utili a tal fine ma ancora decisamente sottoutilizzati: le Disposizioni anticipate di trattamento (Dat) – per i cittadini – e la Pianificazione condivisa delle cure – per i clinici –. E tutti noi dobbiamo lavorare ancora di più perché questi strumenti di autodeterminazione a tutela della dignità della persona siano conosciuti e diventino una prassi consolidata.

Cure più accessibili

Tornando alle cure palliative, i medici ammettono che il principale ostacolo per la loro attivazione per i pazienti con demenza è la scarsa informazione su obiettivi e utilità (47%), seguito dalla difficoltà a comunicarne il valore a pazienti e familiari, spesso per timore di demoralizzarli. A questo si aggiunge la percezione dei familiari/caregiver di un mondo poco accessibile: solo un terzo circa dei pazienti ha ricevuto cure palliative e tra chi non ne ha usufruito in un terzo dei casi è perché non gli erano state proposte.

Dunque, è necessario un impegno corale per diffondere una nuova cultura della cura: più informazione per i cittadini, più formazione per i professionisti sanitari, più équipe di cura integrate. Come Vidas, sentiamo forte la responsabilità di promuovere questo cambiamento. Il tempo giusto per la cura è adesso.

* medico palliativista Vidas

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