Racconti d’impresa

Cucire l’eccellenza: la storia e il futuro della Sartoria Tammaro, atelier di moda militare

Dal 1922 nel quartiere Prati di Roma l’atelier realizza divise e capi per le forze armate italiane: Marco Tammaro, nipote del fondatore, racconta la lunga storia dell’azienda, i suoi incontri e i suoi progetti

di Isabella Di Natale

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Un’uniforme non ammette stonature. La storia della sartoria militare Tammaro inizia con lo stesso rigore di uno spartito musicale. Gennaro è un primo violino del San Carlo di Napoli e maestro di Casa Savoia. Viaggia per tutta l’Italia, suona ai concerti e alle manifestazioni. Al suo rientro ad aspettarlo, nella casa di Roma, c’è la moglie Giuseppina. «Portare mia nonna in giro per lo stivale sarebbe stato complicato. Così mio nonno, su consiglio dell’amico e compositore Pietro Mascagni, decise di aprire per lei un’attività sartoriale, agevolato dalla vicinanza con la Caserma dei Carabinieri». È il 1922.

Da qui inizia il racconto di Marco, terza generazione della famiglia, oggi gestore dell’impresa, che ha sede nel quartiere Prati, a Roma.

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«Mio nonno era un uomo di fine ’800, conosciuto da tutti. Mio padre raccontava sempre che un giorno citofonò un ragazzetto per chiedere di far scendere il “Professore”». Ad aspettarlo sotto c’era il Principe Antonio De Curtis, Totò, impegnato con le riprese del film “Guardie e ladri”, insieme ad Aldo Fabrizi. «Mangiavano e bevevano insieme, condividevano anche la passione per la musica e il violino, a cui mio nonno era legatissimo», ricorda. Così legato da riconoscerlo anche senza vederlo: «Dopo un incidente durante la leva, mio nonno sviene e si risveglia in un campo militare senza il suo violino. Passano cinque anni, la guerra finisce e mentre si trova a una serata d’onore - prosegue Marco - sente dal parcheggio un suono per lui inconfondibile». Il musicista che lo tiene in mano non sa di aver acquistato da un rigattiere il violino di Tammaro, le cui iniziali si trovano incise all’interno. «Lo abbiamo tenuto in casa per molti anni. È un orgoglio sapere che oggi appartiene a Uto Ughi, uno dei massimi esponenti della scuola violinistica contemporanea».

La storia della Sartoria Tammaro, atelier per la moda militare italiana

Tra un concerto e l’altro, l’attività di Gennaro e Giuseppina prosegue fino agli anni Settanta, quando il figlio Guglielmo sceglie di interromperla e trasformarla in vendita di forniture militari. Passeranno venticinque anni prima che Tammaro torni ad essere una sartoria, grazie alla determinazione di Marco, la stessa usata per parlare al padre delle sue ambizioni: “Voglio riprendere in mano ago e filo. Se vendo bene, se non vendo, vorrà dire che farò un altro mestiere».

Oggi il laboratorio ha superato i 100 anni di attività, tra aneddoti e soddisfazioni. «Un giorno ricevo la telefonata da una persona che mi chiede di preparargli alcune divise, in vista di un viaggio a Bruxelles». Dall’altra parte del telefono c’è il Generale Claudio Graziano, capo di Stato maggiore dell’Esercito Italiano, la cui tragica scomparsa, qualche anno dopo, riempirà le pagine di tutti i giornali. «Non mi sembrava vero. Avevo ricominciato da pochissimo e stavo già trattando con uni dei più importanti esponenti dell’Arma. Ansia e gioia allo stesso tempo», racconta.

L’episodio consente a Marco di farsi conoscere, in un settore in cui il passaparola è una pubblicità per il venditore e una prova di fiducia per i clienti.

«Pensiamo alle divise di gala. Vengono notate alle cerimonie, così gli invitati chiedono chi le abbia realizzate. È così che si costruisce la reputazione».

Allarga il collo. Accorcia le maniche. Allunga il pantalone. Il processo creativo inizia da un principio non negoziabile: la precisione nelle misure. Anche i passaggi del sarto devono seguire l’applicazione di uno schema, come un protocollo militare.

Marco Tammaro

«La prima cosa che fai quando arriva un cliente delle Forze Armate è salutare - scherza Marco, con il senso di ironia che non lo abbandona mai – Con metro e spilli si crea una prima struttura e si studia l’occasione in cui la divisa andrà utilizzata».

Prescritta nei servizi di rappresentanza alla presenza del Presidente della Repubblica, è la Grande Uniforme Storica ad incantare. L’interno è intelaiato con Crine di cavallo, cammello e canavaccio.

I ricami in canottiglia d’argento sono realizzati ed applicati manualmente su ogni collo e paramano. «Per fare una GUS servono almeno quattro mesi. È tutto un lavoro artigianale» precisa Marco, rispondendo a chi gli chiede perché non ricorra all’uso di nuove tecnologie. Mentre la macchina da cucire è accesa, il telefono di Marco vibra in continuazione. Sono i messaggi di chi lo segue sui social, dove il profilo della sartoria attira l’attenzione di appassionati e curiosi. «Mi chiedono se possiamo rifare le vecchie uniformi militari o i cappotti della Seconda Guerra Mondiale. La gente vuole saperne di più». E lui è lì per rispondere. «La sartoria militare è particolarissima. Servono competenze tecniche, ma anche sensibilità - spiega – Per il militare l’uniforme è una seconda pelle e tu non puoi sbagliare». Il momento più intenso è quello della consegna, “quando il cliente la indossa e vedi che sta zitto”. Quel silenzio vuol dire che il capo è perfetto.

Marco non ha prestato giuramento come gli uomini che veste, ma una promessa l’ha fatta anche lui: «Chi entra nella sartoria Tammaro non uscirà senza un’uniforme perfetta addosso».

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