A tu per tu con Galib Gassanoff tra i finalisti del LVMH Prize
E’ entrato nella rosa dei nove finalisti del prestigioso premio per i giovani fashion designer, grazie alle sue scelte di recupero della tradizione per dar vita a collezioni di alto artigianato, a cavallo fra handmade e arte.
di Sara Sozzani Maino
4' di lettura
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Attraverso le mani, la tradizione si trasforma, diventa linguaggio innovativo nella produzione di bellezza e valore. Craft 4.0 è il titolo della nuova rubrica che HTSI inaugura, a partire da questo numero, con Sara Sozzani Maino. La scelta è di valorizzare il talento dell’innovazione e della continuità, quell’handmade che oggi tesse la trama di un lusso definito da selezione e tempo, ben più che da esclusività, e che, su queste basi, intercetta le giovani generazioni. Una creatività strutturata, ma libera di esprimersi nel one-of-a-kind, in operazioni a cavallo fra artigianato e arte. Stando fuori dal ritmo assillante della produzione su scala globale, c’è una nuova generazione di talenti che è riuscita a ritagliarsi, nel sistema economico competitivo tradizionale, una cornice di senso oltre la nicchia.
È cultura del fare che innerva di energia i grandi sistemi della moda, del design, dei servizi. Senza farne parte, ne sostiene, e a volte anticipa, l’evoluzione. Proprio per questo, un osservatorio sulle voci più interessanti dell’handmade, lungi dall’essere nostalgica o di semplice tutela di un patrimonio storico e sociale, apre un affaccio sul futuro. Il protagonista di questa prima puntata è Galib Gassanoff, stilista georgiano di origine azera, cresciuto in una famiglia musulmana di un Paese ortodosso e immerso in una varietà di lingue e tradizioni artigianali locali. All’età di diciotto anni, si è trasferito dalla periferia di Tbilisi a Milano. E qui inizia il racconto di Sara.
Ho conosciuto Galib nel 2016, quando aveva appena dato vita ad Act N°1 con Luca Lin. Fin da allora, la sua determinazione nel preservare e dare visibilità alle culture, così come nel difendere diritti e valori sociali, è stata una costante del suo percorso. Una visione chiara, radicata in un profondo rispetto per l’identità e la diversità. Galib si è formato a contatto con i gesti tramandati, i rituali quotidiani e le pratiche manuali delle comunità dei vari gruppi etnici del suo Paese. È in questo ambiente che nasce il suo rispetto profondo per la materia, per il tempo della creazione e per l’intelligenza delle mani.
Quando è arrivato in Italia ha portato con sé questo patrimonio e ha intrapreso una strada che ha unito da subito ricerca, sartorialità e visione contemporanea, prima come co-fondatore e co-designer di Act N°1, che ha accompagnato fino alla sfilata Primavera/Estate 23, e oggi con Institution, che porta la sua visione sulla responsabilità creativa e produttiva a una nuova e più matura espressione e che, tra l’altro, ha appena vinto il Zalando Visionary Award 2026.
Non si tratta semplicemente di moda: è un atto di continuità e consapevolezza che trasforma l’artigianalità e la memoria in strumenti di dialogo contemporaneo. Un ritorno alle radici e, allo stesso tempo, un gesto di costruzione verso il futuro. L’ultima collezione ha coinvolto le comunità femminili dei distretti di Masallı e Lankaran, nell’Azerbaigian sudorientale, che tessono a mano la Typha latifolia, il giunco che cresce nelle zone umide del mar Caspio. Tradizionalmente, la pianta viene raccolta, essiccata e intrecciata per realizzare ceste, recinzioni, oggetti per la casa, non capi indossabili. L’idea di Galib è di espandere una rete di artigianato comunitario, per sostenere il passaggio di conoscenze tra generazioni. Riprende, ad esempio, le tecniche di fabbricazione dei tappeti di Borchaly, ma invece della lana, usa lacci da scarpe in cotone, che sono il dna del marchio. Il suo progetto è la testimonianza di quanto cultura, heritage e saper fare siano elementi essenziali non solo per costruire un brand, ma per dare vita a un sistema di valori che mette al centro il fattore umano.











