America

Cuba e l’embargo sul petrolio, così l’isola si sta preparando al peggio

All’Avana il silenzio è diventato un indicatore economico. La testimonianza di un imprenditore italiano che si trova sul posto

di Biagio Simonetta

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All’Avana il silenzio è diventato un indicatore economico. E le immagini che arrivano dalle fermate dell’autobus, dove i mezzi non passano quasi più, sono il segnale più eloquente di come l’embargo sul petrolio spinto da Donald Trump stia spegnendo l’isola.

Chi ha un’auto con un serbatoio ancora pieno, centellina gli spostamenti. I distributori non erogano più. Gli altri sono già a piedi. La crisi di carburante sta riscrivendo la routine quotidiana e, insieme, il racconto turistico dell’isola, soprattutto quello delle spiagge e dei resort che dovevano portare valuta forte, mentre il Paese fatica a tenere accese le luci.

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Da venerdì scorso, ci racconta Matteo Saccani, imprenditore italiano del caffè che in questi giorni è all’Avana, è entrato in vigore un piano d’emergenza per contingentare combustibili ed energia. «Hanno chiuso tutte le scuole, fino all’università, e fanno didattica a distanza. Molti uffici pubblici lavorano tre giorni a settimana. Alle aziende è stato chiesto di accorpare le produzioni, riducendo i giorni di attività». Sul terreno, aggiunge, la conseguenza più visibile è il trasporto: «Hanno rallentato, cancellato quasi tutto quello che è trasporto pubblico nel Paese e per il momento hanno sospeso la distribuzione di diesel e benzina nei benzinai».

Immagini dall’Avana

Il cuore della crisi, in queste ore, è arrivato fino alle linee aeree: il governo cubano ha avvertito le compagnie che il carburante per aerei non sarà disponibile per i voli internazionali in una finestra che va dal 10 febbraio all’11 marzo. È un passaggio tecnico che si traduce in un effetto immediato sulla stagione turistica: Air Canada, WestJet e Air Transat hanno sospeso i voli, e i vettori stanno organizzando rimpatri e soluzioni operative come l’imbarco con più carburante o scali tecnici nei Caraibi, tra cui la Repubblica Dominicana. Una situazione che Saccani conferma: «Sì, ci risulta che le compagnie aeree abbiano programmato uno scalo in Paesi dell’area, prevalentemente a Santo Domingo, per fare il pieno. Io ho un aereo nelle prossime ore per rientrare in Italia: la compagnia mi ha anticipato un po’ il volo perché hanno bisogno di tempo per lo scalo tecnico, però per ora il vola è confermato».

Questo è un dettaglio che spiega bene la fase: l’isola, per ora, resta collegata, ma a costo di un giro più lungo e di una vulnerabilità logistica che si vede e si paga.

Il turismo, che doveva essere il polmone di valuta estera, sta reagendo riducendo la capacità. La catena spagnola Meliá ha chiuso tre strutture per risparmiare risorse. E altre fonti italiane sul posto, che però preferiscono rimanere anonime, ci confermano che da giorni gli alberghi “concentrano” gli ospiti per risparmiare energia, che molte strutture restano attive grazie a generatori (ma è chiaramente una soluzione di breve periodo), e che la presenza dei turisti è ridottissima.

Dal racconto di Matteo Saccani, la situazione di Cuba sembra muoversi in due direzioni: la vita quotidiana peggiora soprattutto in fatto di mobilità, mentre la catena del cibo, per ora, regge. «È stata data massima priorità alla logistica dei beni di prima necessità… in questo momento la situazione non è cambiata rispetto a un paio di settimane fa», dice. «All’Avana e a Santiago i ristoranti sono aperti, la maggior parte ha generatori elettrici, e i negozi hanno le stesse disponibilità che avevano nei mesi scorsi». Ma è tutto molto precario, sospeso. Una condizione che Cuba e i cubani conosco bene, diventata routine in alcuni momenti.

La preoccupazione è però crescente. «Il timore adesso - ci racconta ancora Matteo Saccani - è un inasprimento ulteriore dell’embargo… la situazione oggi è sicuramente quella di uno stato di emergenza. E devo dire che mi ricorda molto il periodo del Covid. Tuttavia l’animo dei cubani è sempre quello che conosciamo. Sono pronti a resistere. Non ho trovato nessuno, in questi giorni, che mi abbia detto che è assolutamente necessario arrivare a un accordo con gli Stati Uniti o fare chissà cosa. Sono tutti pronti a resistere all’asfissia annunciata da Trump».

A complicare il quadro c’è chiaramente il nodo degli approvvigionamenti regionali. Anche il flusso dal Messico si è fermato: la presidente Claudia Sheinbaum ha confermato che le spedizioni di petrolio verso Cuba sono «attualmente sospese», in un contesto in cui Città del Messico cerca forme di aiuto che evitino ritorsioni dagli Stati Uniti.

E mentre l’isola cerca alternative, da Pechino arrivano segnali politici: la Cina si è detta pronta ad aiutare Cuba «nell’ambito delle proprie capacità» dopo la crisi di jet fuel. Rimane da capire quali siano queste capacità.

La conseguenza più rapida è il corto circuito tra immagine e realtà.

Alcune cancellazioni aeree (come quella di AirCanada), la chiusura di alcuni hotel, i residenti che fanno i conti con lo stop dei trasporti pubblici, lo Stato che decide cosa resta acceso e cosa viene spento, sembra una compressione che somiglia a una prova generale.

In mezzo, c’è la normalità di un Paese che conosce bene l’emergenza: generatori, orari tagliati, didattica a distanza, scali tecnici. Una città che continua a funzionare, ma con un consumo misurato, e con la sensazione che il prossimo annuncio - un’altra stretta, un’altra interruzione - possa arrivare in qualsiasi momento.

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