Digital Round Table

Crisi energetica e soluzioni tra rinnovabili, nucleare e investimenti per un futuro sostenibile e sicuro

Il confronto a Radio 24 degli esperti sulle strategie per ridurre costi e dipendenza energetica, puntando su fonti rinnovabili, efficienza e nuove tecnologie in un contesto di incertezza globale

di Maurizio Melis

Gli ospiti da sinistra: Maurizio Delfanti: Professore di Sistemi Elettrici per l’Energia al Politecnico di Milano, Stefano Besseghini: Ricercatore del CNR, Ex Presidente di ARERA (Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente), Maurizio Melis: giornalista Radio 24 e conduttore del programma Smart City, Marco Rastelli: Head of Electrification & Automation Siemens Italia, Lorenzo Giussani: Direttore Strategy and Growth Gruppo A2A

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Viviamo la seconda grave crisi energetica in pochi anni, legata al venir meno di un’importante filiera di approvvigionamento di gas naturale e petrolio, in un contesto internazionale sempre più incerto e di difficile prevedibilità, dove l’Italia soffre cronicamente del più alto prezzo d’Europa dell’energia elettrica e di una dipendenza dal gas naturale che non trova equivalenti in nessun Paese manifatturiero.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Una situazione che ha riportato in primo piano il dibattito sul futuro energetico del Paese tra transizione ecologica, ritorno al nucleare e nuove geografie dell’energia.

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Quali soluzioni possiamo mettere in campo, se non per risolvere i problemi domani, almeno per non ritrovarci ugualmente esposti alla prossima crisi, tra due, tre o cinque anni?

Possono convivere sicurezza energetica e sostenibilità con costi accettabili dell’energia?

C’è contraddizione tra il processo di transizione energetica immaginato per combattere la crisi climatica e quanto dobbiamo fare per assicurare al Paese energia sicura e a prezzi accettabili?

Queste le domande di fondo alle quali esperti del mondo dell’università, della ricerca e dell’impresa sono stati chiamati a rispondere nel corso della Digital Round table Energy Future, andata in onda su Radio 24 e sul Sole24Ore.com: Stefano Besseghini, ricercatore CNR ed ex presidente di ARERA; Maurizio Delfanti, professore di Sistemi Energetici del Politecnico di Milano; Valeria Termini, ordinario di Economia Politica dell’Università Roma Tre, consigliere esperto del CNEL per la Presidenza della Repubblica; Lorenzo Giussani, Direttore Strategy and Growth del Gruppo A2A; e Marco Rastelli, Head of Electrification & Automation di Siemens, moderati da Maurizio Melis, coduttore di Smart City su Radio 24.

Dal confronto tra gli ospiti sono emersi numerosi punti largamente - quando non totalmente - condivisi, che è opportuno sottolineare:

1. È finita la contrapposizione ambiente/economia. Le principali tecnologie chiave della transizione energetica (fotovoltaico ed eolico, sistemi di accumulo e gran parte delle soluzioni di efficienza energetica) sono ormai economicamente competitive in tempo di pace e, a maggior ragione, in tempo di guerra, e costituiscono un’assicurazione contro le turbolenze internazionali. Le ultime aste del GSE lo hanno dimostrato, permettendo un approvvigionamento di energia elettrica a prezzi concorrenziali: 60-80 €/MWh contro 110 €/MWh di media e picchi fino a 300. Questi risultati, tuttavia, si possono raggiungere solo a patto di puntare significativamente sui grandi impianti utility scale.

2. Le rinnovabili possono contribuire a ridurre il costo dell’energia elettrica. Ciò avviene proprio attraverso le suddette aste, mediante le quali il GSE può approvvigionarsi di energia al di fuori del meccanismo della borsa elettrica (dominato dai prezzi dell’energia elettrica prodotta da gas naturale), realizzando un “disaccoppiamento di fatto”. Le imprese possono conseguire individualmente un risultato analogo puntando sull’autoproduzione o su formule quali i PPA (Power Purchase Agreement).

3. La gestione dell’aleatorietà (discontinuità) delle fonti non programmabili richiede un significativo potenziamento dell’infrastruttura elettrica, soprattutto di distribuzione. Ma non servono ricette magiche. Oggi disponiamo di tecnologie mature ed economicamente efficienti che permettono di gestire la discontinuità almeno fino a quando la quota di fonti aleatorie non sarà diventata dominante: circa il 70-80%, mentre attualmente solo il 20% dell’energia elettrica viene prodotta da tali fonti. Insomma, è forse vero che non si può fare tutto con le rinnovabili, ma ad oggi quel “rischio” non esiste.

4. Giacché vento e sole sono parzialmente complementari (per esempio il vento è spesso più abbondante d’inverno che d’estate ed è presente anche di notte), un oculato bilanciamento tra le due fonti può rendere la loro gestione più semplice e ridurre il fabbisogno di infrastruttura elettrica addizionale. Oggi è la produzione eolica a essere in ritardo rispetto a quella fotovoltaica. È dunque prioritario sviluppare l’energia dal vento e, più in generale, diversificare quanto più possibile le fonti rinnovabili per beneficiare dei diversi profili di produzione che le caratterizzano. Geotermico, cogenerazione a biomassa e waste-to-energy possono dare, in tal senso, un contributo fondamentale, qualitativo ancor prima che quantitativo.

5. L’elettrificazione è il fattore chiave per garantire il successo della transizione energetica. Aumentare i consumi di elettricità a scapito dei combustibili crea infatti spazio per nuove fonti di energia elettrica e allontana le criticità, come il rischio di saturare la rete di fonti aleatorie e di avvicinarsi troppo alla soglia del 70-80% (vedi sopra), oltre la quale la gestione dell’aleatorietà richiede soluzioni oggi non ancora mature (come l’idrogeno).

6. L’energia nucleare può offrire indiscutibili vantaggi in termini di diversificazione e sicurezza energetica, ma la sua capacità di incidere positivamente sul prezzo dell’energia elettrica è oggi una speculazione, dato che non esiste un’offerta commerciale di reattori SMR (Small Modular Reactor) o AMR (Advanced Modular Reactor) nel mondo. Da qui la necessità di vedere le carte del “nuovo nucleare” (certo, facendosi trovare pronti) prima di immaginare piani di adozione su larga scala che, comunque, non potrebbero sortire effetti rilevanti sul mercato dell’energia prima di aver raggiunto una massa critica quantificabile, se parliamo di SMR, in qualche decina di reattori. Non è realistico che ciò possa accadere prima di una ventina d’anni.

7. Nessun piano di transizione energetica può avere successo senza che sia accompagnato da significativi investimenti, pubblici e privati, in efficienza energetica, a partire dal settore edilizio.

8. L’Italia dispone di riserve limitate di idrocarburi e, tuttavia, questo potenziale non è sfruttato pienamente, soprattutto alla luce delle nuove tecnologie estrattive che hanno permesso a Paesi quali Stati Uniti e Cina di incrementare significativamente la propria produzione di idrocarburi. La sostituzione, anche parziale, degli idrocarburi di importazione con idrocarburi nazionali (almeno fino a quando ce ne sarà bisogno) non è in contrasto con la transizione energetica e può contribuire, se non a ridurre il prezzo dell’energia, almeno a diminuire la vulnerabilità energetica del Paese.

Pure nella confusione che domina il presente e nell’incertezza che caratterizza il futuro – e nonostante la complessità dell’argomento – vi sono dunque alcuni elementi chiari che suggeriscono linee di condotta precise alle imprese e alla PA a tutti i livelli, se non da qui al 2050, perlomeno per tutto il prossimo decennio.

Esiste cioè una rotta per ridurre progressivamente, a partire da domani, il costo dell’energia e l’esposizione del Paese alle tempeste che colpiscono il settore energetico, e passa prima di tutto dallo sblocco di decine di GW (sugli oltre 300 complessivi) di richieste di connessione di nuovi impianti a fonti rinnovabili e da una semplificazione dell’intero iter autorizzativo.

Non c’è tempo da perdere. Il Paese e l’industria non possono aspettare oltre.

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