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Crisi dell’industria italiana: persi 103mila posti dal 2008, boom di cassa integrazione e crollo dell’automotive

Il rapporto della Fiom evidenzia la caduta della produzione di auto ed elettrodomestici che ha determinato il calo di occupati e la forte crescita del ricorso alla cassa integrazione. Frenano gli investimenti, mentre le società italiane sono preda di gruppi esteri

(AdobeStock)

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Tra il 2008 e il 2024 nell’industria sono stati persi 103.775 posti di lavoro, si è passati da 2.088.424 a 1.984.649 addetti. Ma la perdita occupazionale sarebbe stata maggiore se non ci fosse stato un ampio ricorso agli ammortizzatori sociali. Limitando il confronto tra il 2024 e il 2025, emerge una crescita di quasi 50 milioni di ore in cassa integrazione; lo scorso anno l’Inps ha autorizzato quasi 309 milioni di ore che corrispondono ad oltre 148mila posti di lavoro rimasti fuori dall’attività produttiva.

La fotografia scattata dalla Fiom, nello studio sullo”Stato e tendenze dell’industria metalmeccanica italiana”, evidenzia tutte le difficoltà del settore, la caduta della produzione di importanti comparti (auto, elettrodomestici), le debolezze strutturali (la piccola dimensione d’impresa) che si riflette nei 42 tavoli di crisi aperti al Mimit. «Continuiamo a chiedere una convocazione a livello di Presidenza del consiglio per aprire un confronto con il governo sul piano straordinario per l’industria - spiega il segretario generale della Fiom, Michele De Palma -. Corriamo il rischio che la situazione di crisi diventi irreversibile per il nostro sistema industriale».

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Il crollo della produzione di auto ed elettrodomestici

L’automotive è il settore che paga di più gli effetti della crisi dell’industria. Nei primi 9 mesi del 2000 la produzione di auto si attestava a 1.077.995, nello stesso periodo del 2025 si è scesi a 179.737, con un crollo del -83,3% nella produzione nazionale. A causa del crollo della produzione di automobili, l’Italia deve esportare una parte consistente di componentistica; tra i principali paesi verso i quali esportiamo figurano la Germania, la Francia, gli Usa, la Polonia e la Spagna.

Tra il 2015 e il 2024 gli investimenti dall’estero verso l’Italia nel settore automotive sono diminuiti di 9,153 miliardi di euro: si assiste ad un processo di disinvestimento. Al contrario gli investimenti dall’Italia verso l’estero ammontano a 8,251 miliardi di euro.

Nel decennio compreso tra il 2014 e il 2024 la produzione di elettrodomestici è crollata: i frigoriferi hanno registrato -662.330 pezzi (-34,41%), le lavastoviglie -186.244 (-21,62%), la lavatrici -2.325.549 (-60,23%), le cappe -3.909.511 (-70,24%), le aspirapolveri -1.092.464 (-64,02%).

Tavoli di crisi aperti

I tavoli di crisi aperti al Mimit sono 42 e coinvolgono 43.117 lavoratrici e lavoratori. I settori più colpiti sono evidentemente la siderurgia con 16.307 lavoratori a rischio, nell’automotive sono 12.650, nell’elettrodomestico 7.740, nelle telecomunicazioni-informatica 3446, nell’energia 1330, nell’aerospazio 1102.

La flessione degli investimenti

 Gli investimenti delle imprese manifatturiere in rapporto al PIL sono scesi; nonostante una leggera ripresa negli ultimi anni trainata da PNRR e incentivi pubblici, siamo ancora oltre 6,1 punti al di sotto del livello del 2000. Si tratta degli investimenti delle imprese manifatturiere italiane in macchinari/impianti in rapporto al Pil dell’Italia. «Il calo è particolarmente preoccupante perché è avvenuto nonostante il PNRR e gli incentivi pubblici (ad esempio Transizione 4.0 ecc)», sottolinea il rapporto della Fiom.

Da un confronto a livello internazionale nel periodo 2006-2023, emerge come l’Italia sia ultima con un rapporto tra investimenti e valore della produzione pari al 2,65%, dopo Germania (2,91%), Giappone (2,79%), ma soprattutto ampiamente staccata da Ungheria (4,69%), Corea del Sud (4,31%), Turchia (4,16%), Polonia e Repubblica Ceca (entrambe attorno a 3,75%).

 La Fiom sottolinea anche che in questo scenario nel corso di 10 anni – cioè dal 2014 al 2023 - il profitto delle imprese per ora lavorata è aumentato da 13,59 euro a 23,73 euro (con una crescita di oltre 10 euro, pari al 74,6%), al contrario il costo del lavoro per ora lavorata è aumentato solo di 3,34 euro (+ 12%).

Le debolezze strutturali dell’industria italiana

L’industria metalmeccanica italiana è caratterizzata da una serie di debolezze strutturali, a partire dalla piccola dimensione d’impresa: in media nell’Unione Europea un’impresa metalmeccanica conta 43,75 addetti, a fronte dei 29,88 dell’Italia. Il divario si allarga mettendo a confronto Germania e Italia. In Germania, nel settore metallurgico, il 50,8% di imprese è costituito da micro-imprese (0-9 addetti), mentre in Italia il dato sale al 63,8%. Nel medesimo settore in Germania quasi il 9% è costituito da grandi imprese (oltre 250 addetti), mentre in Italia questa taglia dimensionale è di poco superiore al 2%.

Secondo lo studio della Fiom la struttura industriale dell’Italia è inadeguata, sul fronte della capacità produttiva installata, ad affrontare la transizione energetica: per la produzione di trasformatori e di apparati per l’energia elettrica, la produzione domestica copre solo, rispettivamente, il 60% e il 79% del fabbisogno nazionale, per la parte restante (40% e 21%) dipendiamo da importazioni dall’estero. I principali Paesi da cui importiamo apparati per l’energia sono prevalentemente europei (Germania, Francia, Repubblica Ceca, Ungheria) più la Cina.

Anche per la transizione digitale l’apparato industriale italiano risulta inadeguato: la produzione domestica copre soltanto il 21,7% del fabbisogno di apparati per le telecomunicazioni, mentre nel caso di apparati per ICT solo l’11,7%. I Paesi da cui importiamo apparati per le TLC sono prevalentemente asiatici (Cina, Vietnam, India).

La perdita di sovranità industriale

La Fiom parla di «perdita di sovranità industriale», contando che le acquisizioni di imprese italiane metalmeccaniche dall’estero durante il Governo Meloni nel periodo tra novembre 2022 e gennaio 2026, sono state 255 di maggioranza e 60 di minoranza, oltre a 16 incrementi di capitale e 3 joint venture. Tra le imprese acquisite dall’estero è in via di completamento l’operazione relativa a Iveco in favore di Tata Motors, mentre è stata completata l’acquisizione di Piaggio Aero da parte dell’azienda turca Baykar Makina.

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