Ambiente

Crisi climatica, danni in Italia per le infrastrutture fino a 5 miliardi l’anno

E’ la previsione di Deloitte entro il 2050. Sempre in quest’arco temporale il Pil italiano potrebbe ridursi tra l’1,6% e il 6 per cento. Poche le Pmi attrezzate (14%)

di Davide Madeddu

Il temporale con forti scrosci d'acqua e una breve grandinata che si è abbattuto su Milano // Lightning struck during a thunderstorm with heavy rain and a brief hailstorm that hit Milan .                                          ANSA/DANIEL DAL ZENNARO ANSA

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Il rischio del cambiamento climatico si farà sentire. E i danni diretti alle infrastrutture italiane potrebbero raggiungere i 5 miliardi annui entro il 2050. Non solo, a seconda delle situazioni potrebbe verificarsi una progressiva riduzione del Pil compresa tra l’1,6% e il 6% entro il 2050. Eppure tra le Pmi italiane solo il 14% ha adottato misure per la continuità operativa in caso di eventi estremi e soltanto il 10% ha introdotto azioni di adattamento rivolte a infrastrutture e asset fisici.

A delineare quadro e orizzonte è il report di Deloitte “Il rischio climatico in Italia. Dagli scenari alle proposte di intervento”. Uno studio, realizzato con la collaborazione di esperti del Politecnico di Milano, dell’Università Ca’ Foscari, del team dell’area Climate della Florence School of Regulation (European University Institute) e con Ipsos-Doxa, che analizza l’impatto del rischio climatico sul contesto economico-finanziario italiano e la maturità delle piccole e medie imprese nell’affrontarne le sfide.

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I rischi per l’Italia

«L’Italia, a causa della sua collocazione geografica nel Mediterraneo, è tra i Paesi europei in cui gli effetti del cambiamento climatico si manifestano più rapidamente – dice Paolo D’Aprile, sustainability leader di Deloitte Central Mediterranean – e le principali proiezioni indicano un aumento delle temperature superiore ai 2°C rispetto ai livelli preindustriali già nel prossimo decennio». Non c’è solo la prospettiva giacché, come sottolinea D’Aprile «il cambiamento climatico produce già oggi perdite economiche rilevanti che si amplificheranno in futuro».

Per questo motivo si rende necessario il cosiddetto cambio di passo. «In questo scenario investire in strategie di mitigazione e adattamento non significa solo rispondere a vincoli normativi o finanziari, ma cogliere un’opportunità concreta per rafforzare la capacità di crescita e innovazione delle imprese e dei territori».

L’ammontare dei danni

Nel corso degli anni l’ammontare dei danni è destinato a crescere. Quelli annui alle infrastrutture italiane causati dagli impatti del rischio climatico potrebbero raggiungere circa 2 miliardi di euro entro il 2030. «Considerando anche gli effetti indiretti, come l’interruzione dei servizi e gli impatti sulle catene di fornitura - sottolinea il report -, il costo complessivo stimato si colloca tra 11,5 e 18 miliardi l’anno al 2050». A fare i conti con questa situazione anche il settore turistico dove «si stima invece una contrazione della domanda fino all’8,9% in caso di un forte aumento della temperatura media (+4°C), e perdite dirette per circa 52 miliardi di euro. In uno scenario di aumento della temperatura di 2°C, invece, le perdite dirette stimate sarebbero di circa 17 miliardi di euro».

A seconda dello scenario anche la riduzione del Pil potrebbe subire un cambiamento sino ad arrivare al 6% nel 2050.

Come si stanno attrezzando le Pmi

L’indagine evidenzia poi che solo il 34% delle piccole e medie imprese intervistate attribuisce al tema un ruolo significativo o centrale nei propri framework di gestione del rischio e appena il 39% delle stesse dichiara un’esposizione molto o abbastanza elevata ai rischi climatici fisici su un orizzonte decennale. Allo stesso tempo, solo il 14% delle Pmi italiane ha implementato misure a supporto della continuità operativa del business in caso di eventi estremi, così come appena il 10% ha introdotto azioni di adattamento verso infrastrutture e asset fisici.

«Da un lato alcune grandi imprese italiane mostrano livelli di maturità più avanzati rispetto al tema della sostenibilità e alla percezione del rischio climatico - dice Elio Santoro, general manager di Deloitte Climate & Sustainability – dall’altro lato le piccole e medie imprese evidenziano un percorso di consapevolezza e adattamento ancora disomogeneo. Le Pmi sono chiamate a compiere un salto in avanti, dal momento che gli interventi di adattamento previsti non sono di natura strutturale e sono prevalentemente orientati verso l’adozione di coperture assicurative, oltre a pianificare investimenti che abbracciano un orizzonte temporale di breve termine».

C’è poi il capitolo investimenti dove «la strategia delle Pmi riflette una visione orientata su un orizzonte temporale di massimo di cinque anni (83%), per un importo complessivo inferiore a 100.000 euro entro i tre anni (77%)». Le principali voci di investimento sono dominate dalle coperture assicurative (54%), seguite da interventi di adattamento infrastrutturale (23%) e da sistemi di monitoraggio del rischio (20%). Le imprese che si sentono pienamente preparate a rispondere alle richieste di banche e assicurazioni in materia di rischio climatico fisico sono una minoranza del campione (18%). Il report indica come le piccole e medie imprese facciano prevalentemente ricorso a soluzioni tradizionali e non più del 18% delle imprese intervistate si serve di strumenti digitali, tra cui l’intelligenza artificiale, o piattaforme per la gestione del rischio climatico fisico.

«L’intelligenza artificiale – conclude D’Aprile – rappresenta una delle principali leve per massimizzare il ritorno sugli investimenti ed incrementare la resilienza climatica delle infrastrutture. Sia per le istituzioni pubbliche che per le imprese, è fondamentale valutare le applicazioni dell’IA in base alla propria esposizione ai rischi e investire in digitalizzazione, infrastrutture tecnologiche, strategie dati e monitoraggio continuo delle analisi di rischio».

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