Buona idea

Crescita vegetale: dalla natura al design un’esplosione di innovazione

Funghi, alghe e fili d’erba diventano il punto di partenza per creare materiali versatili, stampabili in 3D e rinnovabili, sotto l’impulso delle ultime normative green.

di Ferdinando Cotugno

Una delle installazioni di Marcin Rusak dal progetto “Ghost Orchids” esposto ad Alcova durante la scorsa Design Week. ©Jacqueline Sobiszewski

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Funghi, amidi, alghe, fibre d’erba: trasversalmente ai settori, l’innovazione dei materiali sta diventando sempre più vegetale. Le cause di questo cambiamento nel mondo del design sono diverse: la corsa alla sostituzione della plastica fossile, la pressione regolatoria dell’Europa, la lenta, ma percepibile, evoluzione nella sensibilità dei consumatori, e la ricerca di prestazioni migliori per i prodotti. L’innovazione vegetale contribuisce ad abbattere i costi, migliora la durevolezza o la resistenza dei materiali, porta una versatilità nuova, fa nascere nuovi prodotti e nuovi mercati. La sigla del futuro è PLA, acido polilattico, termine contenitore per le bioplastiche derivate da amido di mais o canna da zucchero invece che dal petrolio: sono biodegradabili, compostabili, rinnovabili e stampabili in 3D. Un nuovo mondo: alla European Bioplastics Conference di pochi mesi fa a Berlino sono stati presentati 14 nuovi polimeri biologici. Le quote di mercato sono ancora basse (1 per cento), ma la previsione di crescita è da cambio di paradigma: 13 per cento nei prossimi cinque anni, a fronte del 3 per cento dei polimeri tradizionali fossili.

Uno dei vantaggi del PLA è la sua capacità di decomporsi. Può farlo però solo in condizioni controllate e con lentezza. Come avviene nei cambi di paradigma, le cose però evolvono molto velocemente. Un buon esempio è il progetto Ghost Orchids, un prototipo tra arte e design del centro polacco Łukasiewicz Research Network Institute for Engineering of Polymer Materials. Qui è stato inventato un bioprodotto chiamato POL-KOMP, basato su amido e fondi di caffè, che contiene microrganismi ed enzimi in grado di accelerare la decomposizione del PLA anche all’interno di compostiere domestiche. Siamo al confine con l’arte perché la presentazione è avvenuta ad Alcova durante la Design Week attraverso delle statue alte quasi quattro metri, create dell’artista Marcin Rusak, ispirate alla fioritura delle orchidee, che nella seconda vita passeranno dalle gallerie all’agricoltura diventando fertilizzante naturale. In un futuro prossimo potrebbero non essere solo statue a essere fatte di questo PLA, ma anche posate e stoviglie, supporti medici, packaging.

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“I Petali d’Albero Danzanti”, un’installazione performativa ideata da Tiziano Guardini& Luigi Ciuffreda e realizzata nel Teatro all’Antica di Sabbioneta per Panguaneta, azien da simbolo di innovazione sostenibile nella lavorazione del pioppo per l’interior design qui utilizzato invece nel fashion. La performance è del ballerino Massimiliano Santagostino. ©Daniele Notaro

La filiera che parte dalla natura e arriva al design sta vivendo un’esplosione di creatività e innovazione che tocca molti settori. Lo studio olandese LoopLoop è nato nel 2020 per esplorare la frontiera della colorazione dei metalli con pigmenti naturali invece che derivanti dal petrolio, usando però gli stessi processi di anodizzazione del metallo. L’effetto è positivo non solo dal punto di vista della riduzione delle emissioni, ma anche per la democratizzazione del design: i pigmenti bio sono utilizzabili su una scala non industriale. La filosofia è creare un ecosistema di designer, ricercatori, piccoli produttori, condividendo le innovazioni in modalità open source, senza chiudere i brevetti. L’altra novità nel campo dei pigmenti sono le microalghe, fonte vegetale che ha il vantaggio di non richiedere suolo e di essere a basso impatto idrico. L’applicazione è nota dagli anni Ottanta, ma di recente c’è stato un boom di ricerche, startup e applicazioni, che vanno dai rivestimenti (come la vernice alla spirulina) al tessile, passando per la cosmetica e l’alimentare (i biocoloranti fatti con le microalghe sono anche non tossici).

Un altro protagonista di questo cambio di paradigma è il micelio, il filamento dei funghi, un mercato già su scala commerciale e in rapida espansione. I materiali da micelio derivano da funghi coltivati su scarti biologici, sono sostenibili perché sono naturali, consumano poco suolo e acqua, e non hanno bisogno di additivi chimici.

Grazie a queste caratteristiche, i miceli per il design puntano a ritagliarsi fette di mercato per edilizia, tessuti, arredi, automotive, dove possono replicare l’esperienza della pelle per i rivestimenti. La proiezione è arrivare a quasi due miliardi di dollari di giro d’affari nel 2033, grazie al misto di investimenti pubblici (come quelli dell’Ue) e grandi player privati in entrata. Hyundai e KIA hanno creato uno spin-off, chiamato Mycel, mentre in Europa c’è il progetto My-Fi, che punta a portare i miceli sul mercato di moda e automobile.

Fronte edilizia, uno dei materiali più promettenti sono le fibre d’erba come isolante. Gramitherm nasce in Svizzera con un prodotto che usa quella spontanea raccolta localmente, quindi al minimo dell’impatto, per creare pannelli che riducono la dispersione energetica degli edifici. Come gli altri materiali vegetali, hanno una ridotta impronta di carbonio e nessuna tossicità. Così, uno scarto dell’agricoltura diventa un tassello della sostenibilità degli edifici, la seconda fonte europea di emissioni.

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