Credem spinge la bancassurance. Focus sulla innovazione digitale
di Vittorio Carlini
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Investire sull’innovazione tecnologica. È tra i focus di Credem a sostegno del business. L’istituto di credito, di cui la “Lettera al risparmiatore” ha incontrato i vertici, sborsa circa 40 milioni l’anno in tecnologie. Denari che, in parte, servono per adeguarsi alle nuove normative; in parte ad ammodernare la struttura informatica esistente; e, in parte, a sviluppare l’innovazione digitale. Proprio rispetto a quest’ultimo fronte la banca guarda a diverse aspetti. In primis ci sono i cosiddetti “analytics”, cioè l’analisi dei dati. Quelle grandi masse d’informazioni, essenziali ad esempio nel valutare il merito di credito del potenziale debitore, che senza sofisticati algoritmi sarebbe complesso sfruttare.
La banca scommette, poi, sull’ “Artificial intelligence” (Ai). L’istituto ne sperimenta l’applicazione, tra le altre cose, nel “Customer service” interno. Vale a dire: viene testata, ad esempio, l’efficacia delle risposte, rivolte dal dipendente umano all’Ai, in merito all’iter delle pratiche. Si tratta di un potenziale passaggio da inserirsi nella più ampia idea di “Robot process automation”. Una strategia che, nell’intenzioni di Credem, non sostituisce la persona fisica. Bensì l’affianca per liberarla da compiti meno rilevanti ed aumentarne così la produttività (ad esempio nell’ambito della consulenza). Non solo. L’impegno sull’innovazione digitale è finalizzato anche, e soprattutto, ad aumentare l’efficienza operativa della società e ridurne i costi.
Gli oneri operativi
Già, i costi. Nel 2018 il Credem è stato contraddistinto dal rialzo del margine d’intermediazione (+0,8%) mentre l’utile netto è risultato piatto. Per quanto, senza contabilizzare la contribuzione ai fondi di risoluzione e di tutela dei depositi, il profitto netto sarebbe in rialzo del 2,6%. Orbene: in un simile contesto gli oneri operativi sono cresciuti del 2,7%. Una dinamica che, oltre a contribuire alla discesa del reddito operativo, ha fatto salire il rapporto tra costi e ricavi (il Cost/income) dal 62,7% di fine 2017 al 63,9% del 31 dicembre scorso. Il trend fa storcere il naso al risparmiatore, anche perché il “ratio” è già di per sé elevato. Il Credem, conscio della situazione, non condivide il disappunto. Dapprima l’istituto, riguardo allo specifico andamento nel 2018 del Cost/income ricorda che è anche l’effetto del consapevole incremento, nella seconda metà dell’anno, delle spese per aumentare la notorietà del marchio. Al di là di ciò la società sottolinea che un vero problema si avrebbe se il rapporto salisse perché scende il denominatore, cioè i ricavi. Il che non è. In realtà si tratta del voluto incremento del numeratore. Vale a dire: è l’effetto degli investimenti a sostegno della crescita organica. Esborsi che, sottolinea Credem, a fronte della sua stessa solidità patrimoniale, vanno realizzati ora per garantire l’espansione nel medio-lungo periodo. Peraltro, aggiunge sempre l’istituto, se si guarda la salita dei ricavi “core” (+2,6%) il loro rialzo è allineato a quello degli oneri operativi. In conclusione Credem dice di volere governare il Cost/income e di non vedere particolari problemi rispetto ad esso.
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