Agricoltura

Countdown in Pianura Padana: dal 2028 niente più urea nei campi

Dal digestato al nitrato di ammonio, fino ai batteri azotofissatori: ecco tutte le alternative possibili

di Micaela Cappellini

Tra la provincia di Pavia e quella di Milano si concentra il 40% di tutte le risaie italiane. Quanto al mais, nonostante si tratti di una coltivazione ormai in calo in tutta Italia, la Lombardia è ancora la prima regione per produzione

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Dal 1° gennaio del 2028 non si potrà più utilizzare l’urea come fertilizzante nei campi del Bacino Padano. Il divieto rientra fra le misure contenute nel Piano d’azione per il miglioramento della qualità dell’aria elaborato dal ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica. Inizialmente, lo stop era stato fissato al 1° gennaio 2027, poi il pressing delle associazioni agricole nazionali - in primo luogo Confagricoltura - ha concesso il rinvio di un anno.

Gli agricoltori si oppongono a questa misura ambientale, nata per porre un freno alle emissioni inquinanti, per una ragione molto semplice: perché - sostengono - sul mercato non ci sono alternative valide all’urea. In Italia i concimi azotati, ricorda Confagricoltura, rappresentano circa il 25% del totale dei fertilizzanti utilizzati. Di questi, la metà sono composti da urea, che dunque rappresenta il 12% di tutti i concimi usati in Italia. Poco più di un decimo soltanto, dunque.

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Peccato che la maggior parte dell’urea usata nel nostro Paese si concentri proprio nella Pianura Padana perché è qui che si coltivano mais, riso e frumento, cioè le colture più bisognose di azoto. In tutto, si tratta di due milioni di ettari di superficie arabile in cui sarebbe necessario cambiare le tecniche di coltivazione. Bloccare in questa area l’uso dell’urea significherebbe - calcola sempre la Confagricoltura - imporre agli agricoltori costi aggiuntivi di almeno 150 euro per ettaro.

Tecnicamente, però, alcune alternative all’urea ci sono già. «Una è il nitrato di ammonio - spiega Mauro Coatti, head of Technical support and sustainability di Syngenta - ma oggi se ne produce davvero poco e sarà impossibile che gli impianti di produzione esistenti siano in grado di aumentare significativamente la propria capacità nel giro di soli due anni. Eppoi, rispetto all’urea, il nitrato d’ammonio è un’alternativa costosa perchè per ogni ettaro di terreno ne occorre una quantità quasi doppia rispetto a quella di urea». Un’altra possibilità sono le soluzioni tecnologiche della cosiddetta agricoltura di precisione, che permettono di diminuire la quantità di azoto necessario in campo. Ma anche questo è un extra-costo per gli agricoltori, che devono prima investire nei macchinari 4.0 necessari.

Poi ci sono i fertilizzanti organici, come il digestato e gli effluenti zootecnici, entrambi sottoprodotti dell’allevamento. Negli ultimi anni l’Italia ha già ridotto di circa l’8% l’utilizzo di concimi azotati proprio passando ai fertilizzanti organici. Nel solo territorio lombardo sono attivi quasi 600 impianti di biogas, che ogni anno generano digestato contenente oltre 38mila tonnellate di azoto. Una quota importante di questo prodotto potrebbe diventare un fertilizzante a tutti gli effetti, con vantaggi ambientali, agronomici ed economici. Peccato che manchi ancora un quadro normativo completo per il loro utilizzo, come hanno più volte denunciato sia la Confagricoltura che la Coldiretti. Ad oggi, il decreto su biogas da digestato è fermo in attesa di ulteriori valutazioni scientifiche.

I laboratori di ricerca delle multinazionali della chimica in campo, dal canto loro, stanno perseguendo la via dei biostimolanti per efficientare l’uso dei nutrienti azotati. In pratica, si tratta di microrganismi in grado di fissare l’azoto presente nell’aria e renderlo disponibile per le piante: «Un esempio sono i prodotti a base di Azotobacter Salinestris - spiega Mauro Coatti - ne basta solo 50 grammi per ettaro per sostituire un intero quintale di urea per ettaro, mantenendo costante il livello produttivo di mais e cereali». I costi? «Il problema non è il prezzo - dice ancora Coatti - l’ostacolo maggiore è convertire gli agricoltori a un prodotto così nuovo e diverso, nelle modalità di utilizzo, rispetto a quanto sono stati abituati a fare da sempre». Una questione culturale, insomma: un cucchiaino al posto di un quintale di prodotto sembra una sostituzione impossibile ancora a molti.

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