Costruire il futuro: STEM e talenti nell’economia della conoscenza
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Nei prossimi cinque anni l’Italia rischia una forte carenza di laureati nelle discipline scientifiche e tecnologiche, le cosiddette Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics). Secondo il rapporto del Sistema informativo Excelsior (Unioncamere e Ministero del lavoro e delle politiche sociali), tra il 2025 e il 2029 la domanda di queste figure professionali potrebbe superare l’offerta di almeno il 13% nello scenario meno favorevole; tale percentuale salirebbe addirittura del 25% in uno scenario economico positivo, con imprese in espansione e maggiore richiesta di profili qualificati. Lo studio stima che ogni anno potrebbero mancare 7-10 mila ingegneri, 3-5 mila laureati nelle scienze matematiche, fisiche e informatiche, 12-17 mila in economia e statistica e 7-8 mila nelle professioni medico-sanitarie.
Pochi laureati ed emigrazione record nei settori Stem, in calo l’abbandono scolastico
La fuga dei cervelli riguarda soprattutto le discipline Stem, secondo il Rapporto Almalaurea 2025: a cinque anni dalla laurea, lavora all’estero l’11% di chi ha studiato discipline informatiche e il 10% di chi proviene da ambiti scientifici. Ma questo è solo una parte del problema. Il nostro Paese produce pochi laureati in generale, e ancora meno nelle discipline scientifiche. Secondo i dati Eurostat, solo il 32% degli italiani tra 25 e 34 anni ha conseguito un titolo d’istruzione terziaria, rispetto alla media Ue del 44%. Nonostante un miglioramento costante — dieci anni fa la quota era pari al 25% — restiamo terzultimi, davanti solo a Romania e Bosnia-Erzegovina. Il divario persiste anche per quanto riguarda le lauree Stem: nel 2022 in Italia rappresentavano il 23% del totale, quattro punti sotto la media europea (27%).
Sul fronte dell’abbandono scolastico abbiamo fatto progressi significativi: la quota di giovani tra 18 e 24 anni con al massimo la licenza media e fuori da percorsi formativi è scesa al 9,8% nel 2024. Un calo di circa tre punti percentuali in tre anni, che ha ridotto notevolmente il divario con l’Unione europea (9,4%).
L’origine familiare incide sul futuro universitario: ridurre i costi è decisivo per chi parte svantaggiato
Dietro questi numeri c’è anche un problema strutturale: in Italia, le condizioni socio-economiche di partenza condizionano fortemente l’accesso e il completamento degli studi universitari. Secondo un’indagine Istat, tra i giovani 18-24enni con almeno un genitore laureato, solo il 2% abbandona precocemente gli studi e, tra i 30-34enni, circa il 70% ha un titolo terziario. Quando i genitori hanno al massimo la licenza media, le percentuali salgono al 24% per l’abbandono scolastico e scendono al 10% per il conseguimento della laurea.
Un recente studio dell’Ufficio valutazione impatto del Senato ha analizzato il legame tra condizione socio-economica e partecipazione all’università. Uno dei meccanismi descritti, basato sulla teoria della scelta razionale, riguarda il modo in cui si decide se proseguire gli studi. Gli studenti e le famiglie soppesano le probabilità di successo, il valore del titolo sul mercato del lavoro e i costi da sostenere: non solo tasse d’iscrizione e spese di mantenimento per chi è fuorisede, ma anche il mancato reddito durante gli anni di formazione. Per chi proviene da contesti svantaggiati, questa analisi costi-benefici risulta spesso sfavorevole. L’investimento iniziale è troppo oneroso rispetto ai vantaggi attesi, scoraggiando l’accesso all’università. La soluzione proposta dagli autori è concreta: borse di studio ed esoneri parziali o totali dalle tasse d’iscrizione. Un programma di sostegno analizzato nello studio suggerisce che questi strumenti possano aumentare significativamente le immatricolazioni tra gli studenti le cui famiglie hanno un basso livello di istruzione.
L'impegno della Fondazione Dompé per promuovere i talenti della scienza: presentate 56 borse di studio per l'anno 2025/26
In questo scenario, anche il settore privato può giocare un ruolo chiave: rendere l’università realmente accessibile a tutti e investire nelle discipline Stem significa formare il capitale umano necessario alla crescita del Paese. In questa direzione si muove da anni l’azienda biofarmaceutica Dompé, che sostiene l’educazione scientifica attraverso opportunità di sostegno economico per gli studenti più meritevoli, percorsi didattici per le scuole superiori, e collaborazioni strategiche con il mondo accademico.
La Fondazione Dompé, nata nel 2020, di recente ha presentato i bandi per l’anno accademico 2025/26: 56 borse di studio per promuovere la formazione universitaria di secondo e terzo livello, con un investimento complessivo di 2,64 milioni tra Italia e Stati Uniti. Di queste, 32 sono rivolte a chi frequenta percorsi di laurea magistrale e dottorato in alcuni degli atenei italiani più prestigiosi in ambito Stem, tra cui la MedTec School — un corso a ciclo unico di Humanitas University e Politecnico di Milano — la Statale di Milano e le Università di Bari, Bologna, Padova, Pavia e Trento. Altre 24 borse di studio, intitolate a Rita Levi Montalcini, sono destinate a studenti e studentesse ammessi a programmi di master, dottorato o post-dottorato in neuroscienze e neurobiologia presso università statunitensi.
“In un tempo in cui la complessità cresce insieme all’urgenza di nuove soluzioni, il compito che abbiamo voluto affidare alla Fondazione è di sostenere le nuove generazioni che hanno il coraggio di immaginare il futuro e di costruirlo con competenza, rigore e passione”, spiega Sergio Dompé, Presidente della Fondazione. “Con queste borse di studio vogliamo offrire un’opportunità concreta, ma anche un messaggio di fiducia: la scienza può essere uno strumento di emancipazione formidabile”.
Dal territorio abruzzese percorsi innovativi per le competenze del futuro nel biotechIn Abruzzo, sede del polo produttivo Dompé, l’azienda porta avanti diverse iniziative per formare nuovi talenti nel settore farmaceutico e rafforzare il legame tra scuola, università e impresa. Il progetto “Industria del Talento”, avviato quest’anno in collaborazione con l’Istituto “Amedeo D’Aosta” dell’Aquila, offre a 30 studenti e studentesse tre percorsi di stage in aree strategiche che vanno dalla produzione biotecnologica al controllo qualità, dall’automazione alla manutenzione degli impianti. Attraverso un programma teorico-pratico che alterna lezioni in aula ed esperienza diretta negli impianti industriali del gruppo, i partecipanti acquisiranno competenze tecniche e abilità trasversali sotto la guida di tutor esperti.
Grazie alla collaborazione tra l’Università dell’Aquila (UNIVAQ) e il gruppo Dompé, da quest’anno partirà anche il nuovo percorso formativo in Gestione della filiera farmaceutica all’interno della laurea magistrale in Ingegneria gestionale. Un’iniziativa pensata per formare figure professionali altamente qualificate in un settore strategico per l’Abruzzo e, in particolare, per la provincia aquilana, ai primi posti in Italia per export farmaceutico.
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