Design d’autore

Costruire case fatte di libri, parole e persone importanti per noi

Progettare è un gesto poetico: l’architetta libanese Aline Asmar d’Amman lavora con pietra, cemento e affetti per realizzare arredi e stanze che raccontino storie di vita.

di Nicoletta Spolini

Aline Asmar d’Amman con Karl Lagerfeld, incontrato durante la ristrutturazione dell’Hôtel de Crillon di Parigi.

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I suoi Béton Littéraire sono arredi-scultura che fondono libri e cemento, una sorta di celebrazione della cultura letteraria. Aline Asmar d’Amman, libanese di origine, ma francese d’adozione, founder dello studio parigino Culture in Architecture è certamente una delle voci più originali e trasversali nel panorama dell’architettura e del design internazionale. Quello dei Béton è un lavoro quasi ascetico, meditativo: «Taglio i libri, scelgo le frasi, le compongo come fondamenta perché possano avere un significato profondo», mi racconta quando la incontro a Milano nel giardino della galleria di Rossana Orlandi che li espone. Le venature della pietra e le pagine stampate si intrecciano delicatamente, dando vita a un materiale espressivo, scolpito con maestria nei laboratori Morseletto di Vicenza. Risultato finale: un manifesto poetico sull’importanza del sapere e della memoria. «Da sempre percepisco la cultura come una via verso la salvezza, un atto di resistenza contro le avversità», dice. «Quando da piccola, nel mio Paese, c’era la guerra, leggere era l’unica forma di escapismo, insieme al culto del bello: ricordo che quando taceva il suono delle bombe, la mamma ci faceva vestire elegantemente, apparecchiava la tavola con grande cura. Era il nostro modo libanese di sopravvivere alle difficoltà, celebrando la vita». Aline ha studiato Architettura all’Accademia delle Belle Arti di Beirut, il suo progetto di tesi fu premiato come il migliore dell’anno dal ministro della Cultura. «Ne ero orgogliosa, ma capii subito che il mio Paese mi andava stretto. Chi nasce in Libano, troppo spesso lacerato dai conflitti, vive la cultura dell’esilio. Ma come dice Amin Maalouf, scrittore libanese che, come me, ha scelto Parigi come sua seconda patria, le nostre origini – non tanto le radici perché sarebbero troppo difficili da estirpare – ce le portiamo ovunque, viaggiano con noi e costruiscono ciò che veramente siamo». La scelta della Francia come approdo è stata naturale: Aline aveva studiato fin dalle elementari in una scuola francese. «Nonostante parte della mia famiglia fosse negli Stati Uniti, mi piaceva l’idea di rimanere in un Paese mediterraneo: le nostre culture, quella greco-romana e quella fenicia sono vicine, a volte simili».

“Béton Littéraire”, nell’installazione “The Power of Tenderness” alla galleria Rossana Orlandi di Milano.

Arrivata a Parigi dopo la laurea, dà inizio al suo primo grande progetto, subito un punto di svolta nella sua carriera, la ristrutturazione dell’Hôtel de Crillon, che diventa simbolo del suo approccio multidisciplinare e interculturale. È stato soprattutto l’occasione per uno degli incontri più importanti della sua vita, quello con Karl Lagerfeld. «Ero una giovane professionista e, quando mi chiesero di lavorare a questo edificio del Settecento, pensai a lui, alla sua passione per le arti decorative francesi del XVIII secolo, provenienti dalla sua storica raccolta di arredi d’epoca». Non lo conosceva personalmente. E non aveva nessun canale per arrivare a lui. Gli scrisse però una lettera a mano e la portò personalmente nel suo bookshop parigino, la Librairie 7L, situata al 7 di rue de Lille nel VII arrondissement, dedicata principalmente ai libri d’arte e di fotografia. Le consigliarono di lasciarla su una scrivania, alla quale spesso si sedeva Karl. «Il giorno successivo mi chiamò, dandomi un appuntamento tre ore dopo», dice quasi con le lacrime agli occhi. Facile immaginarsi l’emozione. «Non ho avuto il tempo neppure di preparare un portfolio dei miei lavori, sono andata e basta. Gli ho parlato del mio amore per i libri, del Libano... Forse lui, tedesco di Amburgo, sapeva bene che cosa volesse dire vivere in un Paese in guerra». Nasce un sodalizio profondo, umano e creativo. Che va oltre l’hotel. Insieme progettano la collezione di arredi Architectures, un tributo alla proporzione greca rivisitata in chiave contemporanea. «Credo sia stato uno degli ultimi progetti personali di Lagerfeld, e ne custodisco la memoria come una sorta di eredità spirituale. Ancora oggi, in studio, i miei collaboratori sanno che, di fronte a ogni progetto, mi chiedo sempre: “Che cosa ne direbbe Karl?”».

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Particolare di un camino di Palazzo Donà Giovannelli a Venezia.

La domanda ora se la pone a proposito di un altro bellissimo edificio d’epoca, Palazzo Donà Giovannelli, questa volta veneziano, a cui Aline sta lavorando dal 2019 con Paolo Barletta del Gruppo Arsenale. Costruito nella metà del XV secolo da Filippo Calendario, il maestro architetto di Palazzo Ducale, è stato la dimora del Duca di Urbino e nei secoli ha avuto una sola grande ristrutturazione nell’Ottocento, a opera del noto architetto Gian Battista Meduna, il progettista della Ca’ d’Oro e della Fenice. Oggi sta per diventare la sede del secondo hotel firmato Orient Express. «Ogni pietra qui parla e bisogna saperla ascoltare», dice l’architetta, indubbiamente dotata di una speciale sensibilità per interpretare la cultura, anche quella dei luoghi, non solo dei libri. Il suo lavoro qui, dice, è conservare la memoria, restituendo l’emozione, anzi quel raro senso di felicità che si prova quando si ha l’opportunità di vivere un contesto così ricco di storia e arte. Questo è il vero lusso per lei. Anche se deve trasformare tutto, perché sia efficiente e contemporaneo, la sfida è trovare armonia, una sinfonia tra epoche, esigenze e stile.

Tavolino dell’allestimento della galleria Rossana Orlandi.

Con Arsenale, Aline lavora a un altro grande progetto in partenariato con l’Arabia Saudita: Dream of the Desert, un treno con 14 carrozze e con 34 suite di lusso, che partirà a fine 2026 da Riyadh per arrivare ad Al-Jouf, passando per Al-Ula. Il gruppo italiano possiede i vagoni antichi e le competenze ingegneristiche per riportarli sui binari, l’Italia ha le risorse artigianali, le competenze manifatturiere e il design. L’architetta ha il compito di trasferire, filtrare e interpretare tutto questo attraverso il patrimonio culturale saudita, le loro proporzioni, le geometrie, i pattern. «È la bellezza di incrociare i saperi, un viaggio affascinante in cui non smetto di imparare», racconta. «L’ultima cosa che mi ha deliziato, per esempio, del mondo arabo è l’esistenza sulle sue terre di un specialissimo fiore del deserto che ha un colore di una gradazione rosa violetto, unica al mondo. Al punto che il re Salman bin Abdulaziz Al Saud l’ha protetta, registrandola. Quel colore sarà certamente tra le nuance protagoniste sulle carrozze del treno».

Carrozza del treno Dream of the Desert che parte da Riyadh per arrivare ad Al-Jouf in Arabia Saudita.

Dopo Venezia e l’Arabia Saudita, si approda sul lago di Como, con il progetto di ristrutturazione di un’altra dimora storica, Villa Belinzaghi di Cernobbio, tornata di proprietà della vicina Villa d’Este nell’aprile 2022. Costruita nel 1860 dal conte Giulio Belinzaghi, banchiere milanese e sindaco prima di Cernobbio e poi di Milano, la dimora con i suoi 2.500 metri quadri e un parco di 8mila completo di serra, una darsena e un molo per l’attracco delle barche, era già stata un hotel di lusso a fine Ottocento e torna ora a ospitare delle luxury accommodations con un F&B outlet. «C’è una luce speciale su questo lago con le colline e le montagne che arrivano fino all’acqua», dice l’architetta. «C’è un’aria da mondo antico, colta e intensa, amatissima in tutto il mondo, e la sfida anche qui sarà mantenerla e renderla contemporanea».

Particolare dell’allestimento “ThePower of Tenderness” alla galleria Rossana Orlandi.

Sono pochi gli architetti che vantano un così forte legame con il mondo della moda come Aline Asmar d’Amman: è per via della sua amicizia con Karl Lagerfeld, certo, ma anche per la sua passione per il brand Chanel. È leggendaria la sua collezione di completi della maison. «Sì, penso che, come gli uomini, anche noi abbiamo bisogno di una nostra uniforme, e io mi sono sempre riconosciuta nelle scelte creative sofisticate e insieme radicali di quella ragazza, partita dall’orfanotrofio di Aubazine in cerca del suo destino». Proprio per Chanel ha appena progettato a Parigi Le Petit Salon. «A Versailles, Le Petit Salon era il luogo più intimo dove il re riceveva gli ospiti speciali», spiega. «All’interno del 19M, il laboratorio che riunisce le undici Maison d’Art di Chanel, questo è uno spazio privato, chiamato il 19M Petit Salon, destinato a ricevimenti ed eventi. Ho disegnato qui opere originali in collaborazione con le maison stesse». Ancora una volta, si mescolano i temi essenziali della sua filosofia costruttiva: la materialità poetica, il savoir-faire artigianale d’eccellenza e un design d’interni emozionale ed evocativo. Il suo décor è sempre onirico, invita a uno stupore sensoriale, il suo racconto unisce il disegno dell’architetto alla magia della scrittura. «Avrei potuto studiare Letteratura, ma ho voluto tradurre la poesia in qualcosa di concreto. La mia non è ricerca della perfezione, ma di uno stato d’animo. Quando progetto, sento un’urgenza narrativa, il bisogno di immaginare e costruire nuovi mondi in cui i gesti materiali sono radicati nei valori profondi della cultura, suscitano emozioni che sfidano il tempo. Mano e pensiero sono inseparabili in questo percorso: il lusso del secondo si traduce in una tensione della prima verso l’eccellenza, nella ricerca del sublime costruito artigianalmente».

Aline Asmard’Amman nel Palazzo Donà Giovannelli.

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