Lo studio

Costo orario del lavoro in Europa: Lussemburgo in testa

La Bulgaria è in fondo alla classifica e l’Italia sotto la media europea

di Davide Madeddu (Il Sole 24 Ore), Ieva Kniukštienė (Delfi, Lituania) e Tsvetelina Sokolova (Mediapool.bg, Bulgaria)

(Adobe Stock)

5' di lettura

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In Europa, il costo orario del lavoro va da un minimo di 10,6 euro ad un massimo di 55,2 euro. Questo è quanto emerge dal rapporto Eurostat sui costi di lavoro nei Paesi dell’Ue.

Secondo i dati, il costo medio di un’ora di lavoro è di 33,5 euro nell’Ue. Una cifra che sale a 37,3 euro nell’area Euro. Si tratta dunque di cifre in crescita rispetto a quelle registrate nel 2023, quando il dato era di 31,9 euro nell’Ue e di 35,7 nell’area Euro.

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Lussemburgo in testa con 55,2 euro

Il costo più alto si registra in Lussemburgo, dove un’ora di lavoro vale 55,2 euro. Il valore più basso, invece, è in Bulgaria, con una media di 10,6 euro, seguita dalla Romania con 12,5 euro e dall’Ungheria con 14,1 euro. Dalla parte opposta, dietro il Lussemburgo ci sono i 48,2 euro del Belgio e i 50,1 della Danimarca. L’Italia, invece, è sotto la media europea con un valore di 30,9 euro.

«Il costo medio orario del lavoro nell’industria era di 33,9 euro nell’UE e di 39,8 euro nell’area dell’euro. Nelle costruzioni, erano rispettivamente 30,0 euro e 33,4 euro - spiega Eurostat -. Nei servizi, i costi orari del lavoro variavano tra 33,3 euro nell’UE e 36,4 euro nell’area dell’euro. Nell’economia prevalentemente non commerciale (esclusa la pubblica amministrazione) erano rispettivamente 34,2 e 37,5 euro».

Il peso di salari e costi non salariali

A pesare sui costi del lavoro sono le due componenti principali: salari e stipendi e costi non salariali, come i contributi sociali a carico dei datori di lavoro.

«La quota dei costi non salariali nei costi totali del lavoro per l’intera economia è stata del 24,7% nell’UE e del 25,5% nell’area dell’euro - spiega ancora il rapporto - . Le quote più basse dei costi non salariali nell’UE sono state registrate in Romania con una percentuale del 4,8%, Lituania con 5,4% e Malta con 5,8%. Le più alte in Francia con 32,2% e Svezia 31,6%».

Lo scenario italiano

Quanto all’Italia, come riporta il rapporto sul IV trimestre del mercato del lavoro dell’Istat, «l’input, misurato dalle ore lavorate, è aumentato dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e dello 0,5% rispetto al quarto trimestre 2023. Nello stesso periodo il Pil è cresciuto dello 0,1% in termini congiunturali e dello 0,6% in termini tendenziali». Non solo: il numero di occupati rimane sostanzialmente stabile rispetto al terzo trimestre 2024, a seguito della crescita dei dipendenti a tempo indeterminato (+118 mila, +0,7%) che ha compensato la diminuzione dei dipendenti a termine (-86 mila, -3,1%) e degli indipendenti (-36 mila, -0,7%)

Costo italiano aumenta su base congiunturale

Il costo del lavoro per Unità di lavoro equivalente a tempo pieno «aumenta dello 0,2% su base congiunturale, sia nella componente delle retribuzioni (+0,2%) sia, in misura lievemente inferiore, in quella dei contributi sociali (+0,1%)». Su base annua, sebbene in rallentamento rispetto alla forte crescita registrata nei due trimestri precedenti, il costo del lavoro «mostra un aumento pari a 3,2%, quale effetto della crescita della componente retributiva pari a un +3,1% e di quella contributiva che vale un +3,5%, influenzata dai rinnovi contrattuali».

Crescono posizioni in industria e servizi

Nelle imprese dell’industria e dei servizi le posizioni lavorative dipendenti, al netto degli effetti stagionali, «crescono di 0,4% in termini congiunturali, con un aumento di pari intensità per le due componenti full time e part time». Non solo: le ore lavorate per dipendente aumentano rispetto al trimestre precedente (+0,4%) ma diminuiscono in confronto al quarto trimestre 2023 (-1,0%). Le ore di cassa integrazione (Cig) crescono in termini tendenziali di 1,8 ore ogni mille ore lavorate. In questo quadro, «continua il calo delle posizioni in somministrazione, osservato su base sia congiunturale (-0,9%) sia annua (-3,6%)». Crescono, inoltre, le posizioni con contratto intermittente.

Bulgaria, stabilità fiscale e crescita a due velocità

La Bulgaria rappresenta un caso peculiare all’interno dell’Unione Europea: nonostante una stabilità fiscale invidiabile – con un rapporto debito/PIL tra i più bassi dell’intera UE e un deficit pubblico sotto il 3% nel 2023 – rimane il Paese più povero del blocco, sia per PIL pro capite che per livelli retributivi. Questa apparente contraddizione affonda le radici nella crisi bancaria del 1996-1997, che portò all’adozione di un currency board e a una politica di rigido controllo della spesa pubblica, mantenuta per anni da governi di diverso orientamento.

Negli ultimi anni, complice la crisi pandemica, questa disciplina è stata in parte allentata, con un incremento delle spese per pensioni, sussidi e salari nel settore pubblico. Una leva efficace – ma discussa – è stata l’aumento annuale del salario minimo, oggi fissato a 1077 leva (550 euro). Tuttavia, il salario medio lordo resta contenuto: nel quarto trimestre 2024 si attestava a 2413 leva (1233 euro). A ciò si aggiunge una significativa economia sommersa, in particolare in settori come turismo, agricoltura e costruzioni, che contribuisce a sottostimare i redditi reali per ridurre gli oneri contributivi.

La Bulgaria beneficia comunque di un vantaggio competitivo in termini di costo del lavoro. Il carico fiscale sul reddito è tra i più bassi dell’UE (aliquota piatta del 10%) e i contributi sociali non si applicano oltre i 4130 leva (2111 euro), mentre i costi non salariali rappresentano solo il 13,3% del totale, contro una media UE del 24,7%.

Sul fronte della convergenza, il cammino è in corso. Il PIL pro capite espresso in standard di potere d’acquisto (PPS) ha raggiunto nel 2024 il 66% della media europea. La Bulgaria punta all’ingresso nell’eurozona già nel 2025, mentre secondo il “Country Economic Memorandum” della Banca Mondiale, con le riforme adeguate potrebbe raggiungere lo status di economia ad alto reddito entro il 2040. Tuttavia, il percorso resta in salita: senza un rilancio della produttività e una risposta decisa all’emergenza demografica, la crescita potrebbe rallentare fino all’1,2% annuo entro il 2050.

Lituania, salari in crescita ma ancora sotto la media UE

In Lituania i costi del lavoro sono aumentati tra i più rapidamente in Europa, pur restando al di sotto della media dell’Unione. Secondo il Ministero delle Finanze, la dinamica salariale ha rallentato nel 2024 rispetto agli anni precedenti, ma è rimasta sostenuta grazie alla carenza di manodopera qualificata. Il salario mensile lordo è cresciuto in media del 10,2%, con incrementi più marcati nel settore pubblico (+12,8%) rispetto a quello privato (+9%).

A trainare l’aumento delle retribuzioni sono stati sia la forte domanda di lavoratori qualificati, sia le politiche retributive pubbliche, tra cui l’aumento del salario minimo mensile (MMA), salito del 10% a 924 euro a partire da gennaio 2024. Tutti i comparti economici hanno registrato aumenti salariali, sebbene con intensità diverse: dal +5,7% nei servizi amministrativi al +15,7% nel settore dell’istruzione.

Nonostante la solidità di queste dinamiche, permangono elementi di fragilità. Nel settore privato, la capacità finanziaria limitata delle imprese e l’attenuazione delle pressioni inflazionistiche sui salari hanno rallentato la crescita delle retribuzioni. Tuttavia, l’elevata disponibilità di posti vacanti ha continuato a sostenere la domanda di lavoro.

La Lituania si trova così in una fase di transizione, cercando di consolidare i progressi retributivi e sociali degli ultimi anni senza compromettere la competitività delle imprese. Il nodo cruciale resta quello dell’equilibrio tra crescita salariale e produttività, in un contesto in cui la carenza di competenze rischia di diventare un freno strutturale allo sviluppo.

*Questo articolo rientra nel progetto europeo di giornalismo collaborativo Pulse.

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