Così le tensioni geopolitiche cambiano la natura dei porti della Liguria
Il traffico mercantile aumenta: le rinfuse solide e liquide calano (-8%) a favore dei traffici containerizzati (+4,6%) che crescono col trasbordo
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Nonostante le persistenti incertezze nello scenario economico internazionale, il traffico mercantile nei porti regionali, nel 2024, è aumentato dello 0,8%, in leggera ripresa dopo la contrazione del 4% osservata nel 2023, con buoni risultati conseguiti nel quarto trimestre dell’anno scorso. La movimentazione è cresciuta del 7,3% a Savona-Vado, mentre è diminuita a Genova e La Spezia. Ma se gli scali liguri si mostrano resilienti alle bufere geopolitiche internazionali, queste stanno cambiando la natura e anche le modalità dei traffici.A testimoniarlo è uno focus di Bankitalia, in cui si legge, tra l’altro, che nel corso dell’anno passato, «sia le rinfuse solide sia quelle liquide si sono ridotte di oltre l’8%». Mentre i traffici containerizzati, conteggiati in teu (unità di misura pari a un contenitore da 20 piedi), «sono aumentati del 4,6% complessivamente, grazie, però, al forte incremento del transhipment, che ha riflesso la riorganizzazione dei servizi e delle rotte dovuta alle perduranti tensioni nel Mar Rosso». Insomma, nei porti liguri è fortemente aumentato (si può dire, anzi, che sia nato, perché in precedenza era un fenomeno marginale) il trasbordo dei contenitori da navi più grandi a unità feeder più piccole. Un fatto su cui concentrare l’attenzione perché gli scali della regione sono sempre stati tradizionalmente gateway, cioè porte d’ingresso dei container.Nel 2024, peraltro, rileva il report della Banca d’Italia, anche i principali porti europei hanno conseguito una ripresa della componente containerizzata, più accentuata per quelli del Mediterraneo occidentale. Nel primo trimestre di quest’anno, poi, i flussi mercantili complessivi transitati negli scali regionali sono rimasti pressoché invariati rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente, mentre quelli di container hanno accelerato (+7,3%).Per quanto attiene, poi, ai passeggeri, quelli in transito nel 2024 nei porti liguri «sono diminuiti del 6,1%, dopo la forte crescita registrata negli anni successivi alla pandemia. Rispetto al 2023, il numero di crocieristi si è ridotto del 10,9%, anche a causa di limitazioni di accesso connesse con i lavori di adeguamento delle banchine a Genova e alla Spezia, mentre il numero dei viaggiatori in traghetto è calato in misura meno intensa (-1,4%)».Bankitalia ha anche fotografato la rilevanza del sistema portuale ligure, le cui banchine «rivestono un ruolo di primaria importanza nell’ambito del sistema portuale nazionale: secondo i dati di Assoporti, nel 2024 hanno movimentato oltre il 50% dei container transitati presso i porti italiani di destinazione finale delle merci. Grazie alla loro posizione geografica rappresentano, inoltre, il principale punto di smistamento per le esportazioni extra Ue delle regioni del Nordovest e di alcune province del Nordest e del centro Italia».In base ai dati disponibili, rileva Bankitalia, «tra il 2010 e il 2022 la quota di pertinenza degli scali regionali sul valore dei traffici portuali nazionali extra Ue è rimasta sostanzialmente stabile, intorno al 47% per le esportazioni e al 28% per le importazioni». Inoltre, «tra le diverse categorie merceologiche esportate attraverso i porti liguri, i macchinari hanno rivestito la maggiore importanza (poco meno del 30% del totale nel 2022, pur in calo di circa 10 punti percentuali rispetto all’inizio del periodo), seguiti dai prodotti chimico-farmaceutici e da quelli alimentari (quest’ultimi quasi raddoppiati tra 2010 e 2022)». Tra i beni importati, quelli più rilevanti sono stati gli idrocarburi (oltre il 20% del totale), i prodotti chimico-farmaceutici ed elettronici.Per quanto riguarda i principali mercati esteri serviti dai porti liguri, nel 2022 (ultimo anno per cui sono disponibili i dati dall’Agenzia delle dogane), «quasi il 28% dell’export si è indirizzato verso gli Stati Uniti, una quota in forte crescita rispetto al 2010, mentre la Cina è stata la seconda destinazione più rilevante con il 7,5%. Tra le vendite negli Usa, sono state particolarmente ragguardevoli quelle di macchinari, di prodotti alimentari e di prodotti plastici; le esportazioni verso la Cina hanno riguardato, invece, soprattutto i macchinari e i prodotti chimici».Quanto all’import, quasi il 40% dei beni importati, riporta Bankitalia, «ha avuto origine in Cina; la quota detenuta dai due Paesi che seguono, gli Stati Uniti e l’India, è stata invece molto più contenuta (circa il 5% ciascuno). Quasi un quinto dell’import dalla Cina ha riguardato prodotti elettronici; mentre oltre il 40% degli acquisti dagli Stati Uniti è stato costituito da idrocarburi».



