Così il paese si costruì tra boom e affanni
Guido Melis esplora, in un documentatissimo lavoro, i momenti fondativi della democrazia italiana ripercorrendone i cambiamenti. Il nuovo capitolo dell’opera di Guido Crainz sul berlusconismo e gli ultimi anni
di Angelo Varni
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Con l’uscita dal fascismo e dalla guerra l’Italia ha avviato una trasformazione della sua fisionomia dalle eccezionali proporzioni, proiettandosi in una sorta di “corsa verso il futuro” della modernità, della crescita materiale e civile, dell’integrazione internazionale, che ne ha accompagnato, prima, la rottura “rivoluzionaria” da monarchia a repubblica, poi, il consolidarsi delle istituzioni democratiche fissate dalla Costituzione. Un sistema politico-istituzionale i cui soggetti – dal governo al parlamento, dai partiti al presidente della Repubblica, dalle articolazioni locali alle magistrature, dagli enti pubblici ai corpi intermedi – dovettero misurarsi con l’imponente cambiamento della società.
Con questo suo imponente e documentatissimo lavoro, Guido Melis penetra con rara originalità e sicurezza interpretativa nei meccanismi posti in essere da tale sistema in tutti i diversi snodi. Ad iniziare, ovviamente, dal momento fondante dell’Assemblea costituente, seguita passo passo dall’autore in un’attività volta a comporre le diversità dei componenti, certi tutti di dover giungere ad una Carta “di compromesso” tra le differenti visioni dei partiti. Fu, poi, con gli otto governi presieduti da De Gasperi che si posero le basi della ricostruzione, trovando nello statista trentino il punto di equilibrio tra le esistenti ansie di rinnovamento e le ataviche permanenze conservatrici, dovuto alla sua capacità di leggere – vero e proprio “uomo nella storia” – le dinamiche più profonde della società, di là dagli stessi condizionamenti ideologici.
La scomparsa di De Gasperi segnò l’avvio di una confusa transizione, mentre il Paese entrava in una fase di vero e proprio boom, non certo guidato dalla politica, che in pochi anni lo portava a conoscere un benessere consumistico e una dimensione produttiva di rilievo internazionale, tali da modificare nel profondo gli antichi stili di vita. E se mancò lo Stato a dare un simile impulso, fu invece –nota l’autore – la sfera separata degli enti pubblici, l’Iri soprattutto, ad offrire un rilevante contributo a simile “esplosione”delle forze autonome della società, con la loro “terza via” fatta di gestione imprenditoriale volta al pubblico interesse, senza poter ovviamente supplire al compito di “governo” in grado di evitare gli squilibri.
La fine degli anni 50 assistette ad un’accelerazione di nuove dinamiche tra i partiti, con l’avvicinarsi di Dc e Psi nell’obiettivo di un progetto che definisse una coerente programmazione allo sviluppo in corso. Un percorso pieno di ostacoli, che Melis descrive accuratamente seguendone i protagonisti a cavallo del decennio 60, fino alla vicenda drammatica del governo Tambroni e al successivo positivo esito dell’inizio del centro-sinistra.
L’auspicata ipotesi riformatrice, sul piano sociale, del lavoro e dei diritti, si realizzò tra innumerevoli rallentamenti e sullo sfondo di oscure trame sovvertitrici, lasciando al decennio seguente la possibilità di concretizzarsi, facendo nascere il precario welfare italiano, incapace di soddisfare ampi segmenti della società; mentre uno Stato “in ritirata” risultava sempre più dominato da élite di partiti privi di effettiva progettualità. Definiti con felice sintesi «l’inverno del nostro scontento», questi anni si dipanarono tra speranze deluse dei settori e soggetti sociali desiderosi di reale progresso, profonda crisi economica, esplosioni di violenze sfocianti nel terrorismo. Dc e Pci tentarono di rispondervi affidandosi ad inedite intese di “solidarietà nazionale”, attraverso un compromesso “storico”, che fallì nella tragedia dell’assassinio di Moro, il suo più autorevole “tessitore”.







