Così metaversi e Ai interrogano i diritti di proprietà intellettuale
di Dario Aquaro
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L’intelligenza artificiale e l’impatto su copyright e design. I metaversi e l’internet che cambia veste. I token non fungibili e il problema del falso. I brevetti essenziali e l’estensione delle licenze. La tecnologia interroga, il diritto e la giurisprudenza rispondono. Nel campo della proprietà intellettuale (Ip) le sollecitazioni arrivano da più fronti. E come è naturale, incrociano discipline diverse.
Prendiamo l’intelligenza artificiale (Ai), esempio di “spada a doppio taglio”: tecnologia con il potenziale per migliorare la protezione della Ip e al tempo stesso possibile strumento per la sua violazione. Uno studio pubblicato dall’Euipo lo scorso marzo ha messo in rilievo le connessioni attuali e future con il diritto d’autore e del design. Spiegando come valutarle.
Gli strumenti di machine learning possono essere usati per creare copie non autorizzate di opere protette da diritti di proprietà intellettuale, ma anche per disinnescare queste minacce, ad esempio aiutando le autorità a individuare i deep fake. «Nel quadro della direttiva Ue 2019/790 sul copyright, già recepita in Italia e in altri 15 Stati membri, le piattaforme di condivisione dei contenuti digitali devono ottenere (o adoperarsi per ottenere) l’autorizzazione dei titolari dei diritti, o rimuovere i contenuti segnalati», premette Federico Fusco, partner in Dentons e membro della practice di Proprietà intellettuale e tecnologie.
Anche le piattaforme di condivisione, dunque, sono chiamate a un più ampio uso delle tecnologie di Ai per contrastare le attività illecite. «Le imprese – sottolinea Fusco – sono più attrezzate di un tempo e più sensibili al continuo aggiornamento tecnologico. Molte di loro già usano strumenti di Ai. E lo studio Dentons ha da poco stilato una guida che fa il punto sullo stato dell’arte in questo campo: dalla contrattualistica alla governance, alla proprietà intellettuale».
L’interpretazione del nuovo
Studiare le tecnologie, leggere il cambiamento e offrire delle risposte. La questione della titolarità, dei falsi, riguarda anche altri nuovi ambiti, come quello – di cui si fa un gran parlare – del metaverso, anzi dei metaversi. In questo caso l’ambito è nuovo, i problemi no. «Sono gli stessi già affrontati in passato – con internet e i social network – ed esistono norme e istituti efficaci, da interpretare e applicare nelle realtà virtuali», osserva Francesca La Rocca dello studio Sena & Partners. «Il campo d’azione della direttiva e-commerce, ad esempio, che regola la responsabilità dei service provider, è stato esteso dalla giurisprudenza ai social network: per cui si prospetta un’applicazione in via analogica anche nei metaversi. D’altra parte il principio è lo stesso del gaming: c’è una società, che crea il software e lo gestisce, e con la quale si stipula un contratto per entrare nell’ambiente virtuale. Che responsabilità abbia questo soggetto è ciò a cui può fornire un’indicazione la direttiva».



