Nel mondo reale, le imprese investono per due ragioni: per espandere la produzione e ridurre i costi. La prima ragione richiede la fiducia nel futuro incremento delle vendite. La prossima riforma fiscale potrebbe incentivare le vendite a breve termine, a causa del suo effetto fiscale temporaneo. Eppure sembra puntare direttamente al potere di acquisto della classe media, mettendo limiti alle deduzioni per i pagamenti degli interessi sui mutui e per le tasse statali e locali (SALT). Questo, a sua volta, si tradurrà in una minore domanda parte dei consumatori e in una minore spesa per i servizi pubblici. Invece di creare un clima favorevole per i consumi e gli investimenti privati, la vasta ridistribuzione al rialzo di reddito e ricchezza prodotta dalla riforma è destinata a deprimere la spesa, a prescindere dalla possibilità o meno che le aziende possano conservare una percentuale più ampia dei loro flussi di cassa.
A complicare ulteriormente le cose, c’è la risposta della Fed alla riforma fiscale e l’effetto che avranno sull’economia gli aggiustamenti della politica monetaria. Storicamente, ci sono state occasioni in cui un rialzo dei tassi di interesse preparava il terreno a un boom delle imprese a lungo termine, come nel febbraio 1994, quando la politica della Fed spinse le banche ad abbandonare gli strumenti sicuri e a spostarsi sui prestiti commerciali e industriali. Ma all’epoca, la rivoluzione tecnologica doveva ancora nascere, e le banche dovettero spingere per far ridurre la loro dipendenza da un’elevata pendenza della curva dei rendimenti. È improbabile che si ripeta oggi lo stesso modello.
Oggi, se la Fed decidesse di aumentare i tassi di interesse più rapidamente, il valore del dollaro salirebbe, e i beni strumentali importati diverranno più allettanti rispetto a quelli prodotti a livello domestico, così penalizzando la crescita. Inoltre, alcuni analisti temono una crisi imminente dei finanziamenti nel resto del mondo, cosa che scatenerebbe una fuga verso asset più sicuri come i buoni del Tesoro, intensificando ulteriormente l’apprezzamento del dollaro. Se ciò portasse a un’altra crisi finanziaria, la debole posizione di alcune delle maggiori banche al mondo sarebbe esposta, e il periodo di crescita subirebbe un arresto. Il modello di Barro non lascia spazio al rischio finanziario. Ma le aziende incoraggiate a fare nuovi investimenti certamente sì.
Un’area in cui la riforma fiscale potrebbe effettivamente generare uno slancio è l’edilizia commerciale, se le aziende interessate decidessero collettivamente di espandersi per proteggere la propria quota di mercato, un processo anti-concorrenziale che l’economista Joseph Schumpeter ha definito “co-respective behaviour” (comportamento di rispetto reciproco). In modo analogo, il trattamento fiscale favorevole per le strutture potrebbe consentire alle aziende dominanti di imporsi con forza sulla rimanente fetta di mercato di piccoli commercianti, ristoratori e altri fornitori di servizi. Se così fosse, possiamo aspettarci una bolla, seguita da una contrazione, nelle strutture commerciali.
Le possibilità che questo accada non sono trascurabili. Come sanno certamente gli architetti del nuovo pacchetto fiscale, le ultime due espansioni economiche, alla fine degli anni 90 e a metà dei 2000, sono state il risultato delle bolle azionarie generate dal “co-respective behaviour”, prima di tutto da parte degli investitori in tecnologia, e poi da parte degli speculatori in mutui corrotti. Sicuramente una nuova bolla genererebbe applausi e vantaggi politici nel breve termine. Ma il risveglio non sarebbe altrettanto positivo.