Tra emancipazione digitale e difesa dei diritti
di Paolo Benanti
di Giorgio Santilli
4' di lettura
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Le parole di Mario Draghi al Meeting di Rimini sul Pnrr hanno chiarito la determinazione del premier a blindare il piano e ad andare avanti senza tentennamenti sui target. Il governo dovrà, però, combattere su tre fronti: 1) incassare la seconda rata di finanziamenti da 24,1 miliardi relativa agli obiettivi del giugno 2022 (T2 2022) che dovrebbe essere rilasciata dalla commissione Ue a fine settembre o inizio ottobre, in seguito al consueto assessment, sempre che non ci saranno intoppi sulla questione spinosissima della carriera degli insegnanti; 2) lasciare in sicurezza i target e milestones di fine 2022 (T4 2022) consentendo al nuovo governo di formalizzarli senza troppe partite aperte con Bruxelles; 3) portare avanti la parte attuativa di riforme e investimenti già approvate in precedenza dalla Ue e soprattutto svolgere tutto il lavoro preparatorio (già cadenzato) per gli obiettivi dei primi due trimestri del 2023 che, soprattutto sul fronte delle gare e degli appalti, saranno il primo severissimo banco di prova per gli investimenti del Pnrr.
Il cuore della sfida di Draghi è quello degli obiettivi di dicembre, ma su tutti e tre i fronti ci sono insidie serissime da sventare. In palio c’è comunque un totale di 64 miliardi (24.138 milioni per T2 2022, 21.839 per T4 2022, 18.390 per T2 2023). Al netto della restituzione dell’anticipo del 13% accordato dalla Commissione sono - se vogliamo ragionare in termini di cassa - 56 miliardi.
Non bastasse la complessità di questi obiettivi, il governo è costretto a muoversi in uno scenario istituzionale difficile: il regime dell’ordinaria amministrazione limita la sua azione; l’interlocuzione con il Parlamento sciolto che deve esprimere pareri sui decreti legislativi attuativi di riforme è necessariamente a singhiozzo; le task force ministeriali sono indebolite dalla perdita di funzionari neoassunti (con contratti a tempo determinato) che lasciano per posti di lavoro più stabili o meglio remunerati.
Pesano molto anche le condizioni del quadro economico, come nel caso degli extracosti degli appalti, prima di materie prime, oggi energetici. Nonostante i dieci miliardi che il governo ha prontamente messo sul tavolo, si deve ora riavviare la macchina, riscrivere il quadro economico delle opere, riavviare le gare sospese: se non si torna in linea nei prossimi due mesi l’intera macchina è destinata a imballarsi.
Non bastassero le difficoltà oggettive, la campagna elettorale di questi giorni chiarisce che i partiti non hanno nessuna intenzione di far lavorare serenamente il governo a chiudere il ciclo e piantano paletti e bandiere su singoli obiettivi presenti e futuri. La Lega prova a stoppare l’attuazione dei balneari (obiettivo dicembre 2022) e si appella a una discontinuità che può risultare una bomba per il Pnrr; la riforma dei servizi pubblici locali che Palazzo Chigi vuole accelerare non è mai piaciuta a nessun partito; il Pd chiede addirittura di stralciare in gran parte dal decreto Aiuti bis la norma sulla carriera degli insegnanti. Temi tutti largamente dibattuti con Bruxelles che su queste materie non è disponibile a farci sconti ed è pronta a colpirci.