Corsa contro il tempo per salvare i raccolti dopo il fallimento di Melavì
Produttori e Regione Lombardia in campo per aiutare gli ex soci della più grande cooperativa di mele della Valtellina
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Una coalizione di volenterosi per offrire uno sbocco ai tanti frutticoltori rimasti orfani della cooperativa Melavì, che fino a qualche anno fa era il fiore all’occhiello della produzione di mele in Valtellina ma che in primavera ha dovuto portare i libri in tribunale. Concordato preventivo a fronte di cessata attività.
L’annuncio del tavolo di soccorso è arrivato ai primi di luglio, con un comunicato congiunto di due assessori regionali, quello all’Agricoltura, Alessandro Beduschi, e quello alla Montagna, Massimo Sertori, sondriese doc. Le aziende coinvolte nell’operazione di salvataggio rappresentano il 60% della produzione e della commercializzazione delle mele valtellinesi oggi. L’obbiettivo è quello di mettere in sicurezza la campagna 2025 e il raccolto dei soci schiacciati dal fallimento di Melavì. Ma cosa è successo, alla loro cooperativa?
Quando è nata, nel 2013, come fusione fra tre diverse cooperative, Melavì voleva essere la risposta valtellinese al successo trentino di Melinda. Il suo potenziale all’origine era di 300mila quintali di mele all’anno, più o meno l’85% di tutta la produzione del territorio. «In Valtellina, a parte la bresaola, la mela e il vino sono da sempre le due coltivazioni più rappresentative del mondo agricolo», racconta Valter Rossi, segretario della Flai-Cgil di Sondrio. Oltre ai soci coltivatori e conferitori, Melavì contava 200 dipendenti tra impiegati amministrativi, manodopera nei campi a tempo indeterminato e braccianti stagionali. Nel 2024, invece, il raccolto si è fermato a 68mila quintali. In nemmeno dieci anni, quello che era nato per diventare il fiore all’occhiello delle mele della Valtellina stava annegando.
La colpa non è stata né del calo dei consumi, né della concorrenza trentina, e nemmeno di una moria dei frutti sugli alberi per colpa degli insetti patogeni o del cambiamento climatico. Alle mele valtellinesi non è mai mancato il mercato: «Quello che è mancato è il lavoro di squadra - dice Valter Rossi - lo spirito cooperativistico non appartiene alla cultura valtellinese». Ma soprattutto, Melavì è affondata sotto i colpi di una gestione deficitaria: costi troppo alti rispetto al fatturato.
Nell’autunno scorso la cooperativa ha tentato la via della composizione negoziata, ma già a primavera non ha avuto altra scelta che annunciare ai sindacati l’apertura della procedura concorsuale di concordato preventivo. «A maggio - racconta Valter Rossi - abbiamo chiesto la cassa integrazione straordinaria per cessazione di attività, che sarà applicata a tutti i lavoratori dipendenti a tempo indeterminato fino al 31 dicembre». Fuori dalle tutele sono rimasti tutti gli stagionali, che però si stanno ricollocando presso gli altri produttori del territorio, e anche un numero non precisato di soci - tra i 70 e i 140 - della vecchia cooperativa fallita. Ed è proprio per salvare questi ultimi che è nato il tavolo con la Regione: «Un gruppo di sette produttori di mele valtellinesi - racconta Sandro Bambini, presidente della Coldiretti Sondrio nonché membro lui stesso di questo manipolo di volenterosi - si è offerto di stoccare e commercializzare le mele prodotte dai soci rimasti a terra. La comunicazione che Melavì quest’anno non avrebbe ritirato le mele è arrivata soltanto il 20 di maggio, troppo tardi perché i produttori potessero organizzarsi con un piano alternativo».



