Grecia: cooperazione necessaria o zona grigia?
In Grecia, la lotta alla corruzione è disciplinata da una strategia nazionale coordinata dall’Autorità Nazionale per la Trasparenza. Formalmente, l’intelligence (EYP) non ha un mandato diretto anticorruzione. Tuttavia, quando i fenomeni corruttivi si intrecciano con la criminalità organizzata o con minacce alla sicurezza dello Stato, la cooperazione tra EYP, magistratura e polizia diventa possibile.
Questo assetto, già fragile, è stato profondamente scosso dallo scandalo delle intercettazioni illegali e dall’uso del software Predator, emerso tra il 2021 e il 2024. Il caso ha mostrato come l’espansione delle capacità di sorveglianza, in assenza di controlli stringenti e trasparenza, possa trasformarsi in uno strumento di pressione politica e minare la fiducia nelle istituzioni democratiche.
Bulgaria: l’anticorruzione come potere opaco
Il caso bulgaro rappresenta forse l’esempio più radicale dei rischi connessi a un approccio securitario. Negli ultimi vent’anni, sotto la pressione dell’Unione europea, il Paese ha creato e riformato più volte strutture anticorruzione dotate di poteri straordinari. L’attuale Commissione per il Contrasto alla Corruzione concentra funzioni investigative, capacità di arresto e strumenti di intercettazione, operando in un quadro di opacità quasi totale. Nata per compensare l’inefficacia della procura, la Commissione è progressivamente diventata un centro di potere autonomo, accusato di selettività e di uso politico delle indagini. Secondo numerosi osservatori ed ex responsabili istituzionali, il problema non risiede tanto nella mancanza di strumenti, quanto nell’assenza di un sistema di garanzie e di una magistratura realmente indipendente.
Il dilemma romeno e la lezione europea
La Romania si colloca oggi a un bivio. Inserire la corruzione nella Strategia di Difesa Nazionale significa riconoscerne il carattere sistemico e il potenziale destabilizzante. Ma significa anche aprire la porta a un coinvolgimento dei servizi di intelligence che, senza confini chiari, rischia di riprodurre le stesse criticità osservate altrove.
Gli esperti di politiche pubbliche concordano su un punto: l’intelligence può avere un ruolo nella lotta alla corruzione solo in casi eccezionali, quando sono in gioco interessi strategici, infiltrazioni straniere o minacce dirette allo Stato. In questi casi, però, il suo intervento deve essere rigorosamente delimitato, sottoposto a controlli parlamentari e giudiziari effettivi e separato dalla fase repressiva penale.