Sicurezza

Corruzione come minaccia alla sicurezza: i servizi segreti in Europa

Una panoramica sulla crescente tendenza in Europa a considerare la corruzione come un rischio sistemico alla sicurezza nazionale e sulle implicazioni del coinvolgimento dei servizi di intelligence nel suo contrasto

di Silvia Martelli (Il Sole 24 Ore), Petr Jedlička (Denik Referendum, Repubblica Ceca), Carlos Roch (El Confidencial, Spagna), Jakob Pflügl (Der Standard, Austria) e Krasen Nikolov (Mediapool, Bulgaria)

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In Europa la corruzione ha smesso da tempo di essere considerata soltanto una patologia amministrativa o un problema di etica pubblica. In un contesto segnato da guerre ibride, interferenze straniere, cattura dello Stato e crescente sfiducia dei cittadini nelle istituzioni, diversi governi hanno iniziato a trattarla come una minaccia sistemica alla sicurezza nazionale. Una scelta che ridefinisce confini giuridici e politici delicati e che riporta al centro del dibattito il ruolo dei servizi di intelligence nelle democrazie liberali.

È in questa cornice che va letta la decisione della Romania di includere esplicitamente la lotta alla corruzione nella nuova Strategia di Difesa Nazionale, adottata a fine 2025 sotto l’impulso del presidente Nicușor Dan, entrato in carica da pochi mesi. Un passaggio che non è meramente simbolico: inserire la corruzione tra le minacce alla sicurezza implica, nel sistema romeno, il possibile coinvolgimento del Serviciul Român de Informații (SRI) nelle attività di contrasto, accanto a magistratura e forze di polizia.

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La scelta romena solleva interrogativi che vanno ben oltre i confini nazionali e che attraversano tutta l’Unione europea: fino a che punto è legittimo e utile coinvolgere i servizi segreti nella lotta alla corruzione? E quali garanzie sono necessarie per evitare derive securitarie o abusi di potere?

La percezione sociale: un’emergenza europea

La centralità del tema è confermata dai dati sulla percezione pubblica. Le indagini europee mostrano come una larga maggioranza dei cittadini dell’Unione ritenga la corruzione un fenomeno diffuso e strutturale. In alcuni Paesi dell’Europa centro-orientale e mediterranea, la convinzione che la corruzione sia radicata ai vertici dello Stato supera ampiamente la media europea.

In Romania, Repubblica Ceca e Grecia, tre quarti della popolazione considera la corruzione un problema sistemico. Ma ciò che colpisce è la distanza tra la percezione del fenomeno e la fiducia nelle istituzioni chiamate a contrastarlo. La polizia tende a godere di un livello di fiducia più elevato rispetto ai governi e ai partiti politici, mentre la magistratura appare spesso schiacciata tra aspettative elevate e risultati percepiti come insufficienti.

La percezione non è un elemento secondario. Come sottolineano numerosi studiosi, produce effetti concreti: influenza la stabilità politica, la reputazione internazionale dei Paesi, il costo del debito pubblico e le decisioni di investimento. In altre parole, anche quando i dati giudiziari non segnalano un’esplosione dei casi, la corruzione può comunque diventare un fattore di vulnerabilità strategica.

Il paradosso spagnolo: pochi casi, grande impatto

La Spagna rappresenta un caso emblematico di questa dinamica. I principali indicatori internazionali segnalano un peggioramento recente nella percezione della corruzione, nonostante il numero di grandi scandali resti limitato rispetto ad altri contesti. Il politologo Víctor Lapuente parla apertamente di un “paradosso spagnolo”: la corruzione non è diffusa in modo capillare, ma quando emerge lo fa in forme altamente visibili e sistemiche, coinvolgendo reti ampie di funzionari, politici e intermediari.

Questa visibilità amplifica l’impatto sull’opinione pubblica e alimenta l’idea di una cultura dell’impunità. Eppure, proprio la Spagna è uno dei Paesi che ha scelto di tenere i servizi di intelligence completamente fuori dalla lotta alla corruzione. Le indagini restano prerogativa della magistratura e delle forze di polizia, mentre il Centro Nacional de Inteligencia è rigidamente confinato alla sfera della sicurezza esterna e delle minacce strategiche.

Intelligence sì, intelligence no: l’Europa divisa

Il confronto europeo mostra una netta spaccatura tra modelli. Da un lato, Paesi come Austria, Spagna e Repubblica Ceca mantengono una separazione formale e sostanziale tra intelligence e contrasto alla corruzione. In Austria, pur esistendo una strategia nazionale anticorruzione e una crescente attenzione politica al fenomeno, le indagini sono affidate a un’agenzia specializzata, il Bundesamt für Korruptionsbekämpfung, mentre il servizio di sicurezza interno si occupa esclusivamente di terrorismo, estremismo ed espionage.

In Repubblica Ceca, il servizio di intelligence interno (BIS) può imbattersi incidentalmente in episodi corruttivi, soprattutto quando emergono legami con potenze straniere. Tuttavia, la trasmissione delle informazioni alle autorità giudiziarie avviene spesso solo dopo il completamento delle attività di intelligence, con ritardi che hanno già suscitato critiche sulla reale efficacia del sistema. Dall’altro lato, Paesi come Grecia, Bulgaria e Romania mostrano una maggiore permeabilità tra sicurezza nazionale e lotta alla corruzione, seppure con esiti molto diversi.

Grecia: cooperazione necessaria o zona grigia?

In Grecia, la lotta alla corruzione è disciplinata da una strategia nazionale coordinata dall’Autorità Nazionale per la Trasparenza. Formalmente, l’intelligence (EYP) non ha un mandato diretto anticorruzione. Tuttavia, quando i fenomeni corruttivi si intrecciano con la criminalità organizzata o con minacce alla sicurezza dello Stato, la cooperazione tra EYP, magistratura e polizia diventa possibile.

Questo assetto, già fragile, è stato profondamente scosso dallo scandalo delle intercettazioni illegali e dall’uso del software Predator, emerso tra il 2021 e il 2024. Il caso ha mostrato come l’espansione delle capacità di sorveglianza, in assenza di controlli stringenti e trasparenza, possa trasformarsi in uno strumento di pressione politica e minare la fiducia nelle istituzioni democratiche.

Bulgaria: l’anticorruzione come potere opaco

Il caso bulgaro rappresenta forse l’esempio più radicale dei rischi connessi a un approccio securitario. Negli ultimi vent’anni, sotto la pressione dell’Unione europea, il Paese ha creato e riformato più volte strutture anticorruzione dotate di poteri straordinari. L’attuale Commissione per il Contrasto alla Corruzione concentra funzioni investigative, capacità di arresto e strumenti di intercettazione, operando in un quadro di opacità quasi totale. Nata per compensare l’inefficacia della procura, la Commissione è progressivamente diventata un centro di potere autonomo, accusato di selettività e di uso politico delle indagini. Secondo numerosi osservatori ed ex responsabili istituzionali, il problema non risiede tanto nella mancanza di strumenti, quanto nell’assenza di un sistema di garanzie e di una magistratura realmente indipendente.

Il dilemma romeno e la lezione europea

La Romania si colloca oggi a un bivio. Inserire la corruzione nella Strategia di Difesa Nazionale significa riconoscerne il carattere sistemico e il potenziale destabilizzante. Ma significa anche aprire la porta a un coinvolgimento dei servizi di intelligence che, senza confini chiari, rischia di riprodurre le stesse criticità osservate altrove.

Gli esperti di politiche pubbliche concordano su un punto: l’intelligence può avere un ruolo nella lotta alla corruzione solo in casi eccezionali, quando sono in gioco interessi strategici, infiltrazioni straniere o minacce dirette allo Stato. In questi casi, però, il suo intervento deve essere rigorosamente delimitato, sottoposto a controlli parlamentari e giudiziari effettivi e separato dalla fase repressiva penale.

L’esperienza europea suggerisce che trasformare la corruzione in una questione di sicurezza nazionale è una scelta ad alto rischio. Può rafforzare la capacità dello Stato di individuare reti opache e flussi finanziari illeciti, ma può anche erodere le garanzie democratiche e alimentare nuove forme di abuso.

*Questo articolo rientra nel progetto di giornalismo collaborativo europeo “Pulse”

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