Coronavirus e fragilità dell’uomo forte
di Giovanna De Minico
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La censura uccide più del virus? Se i cinesi avessero saputo della pericolosità del Coronavirus per tempo – da quando l’oftalmologo Li Wenliang segnalò ad alcuni colleghi la scoperta di una nuova forma di Sars – forse non si sarebbero baciati, né abbracciati, né avrebbero frequentato mercati affollati. Insomma, non si sarebbero comportati come se nulla fosse. Invece, Li – che di lì a qualche settimana sarebbe morto a soli 33 anni proprio per l’infezione – fu convocato dalle autorità mediche e di pubblica sicurezza e costretto a fare autocritica. Alla sua scoperta fu dato il giusto peso solo quando ormai era troppo tardi.
Il presidente cinese Xi Jinping, nascondendo il pericolo sotto un velo di bugie, ha dato prova della fragilità di un potere autocratico, verticistico e opaco, che, pur di non ammettere l’incapacità dinanzi all’evento imprevisto e straordinario, ha scelto il silenzio. Solo l’evidenza dei fatti lo ha costretto a parlare, ma lo ha fatto il meno possibile, minimizzando il rischio del contagio. Un atteggiamento comune ai regimi autoritari: il Manzoni ci ricorda che paura e ignoranza consigliarono al Governatore di Milano di individuare negli untori i responsabili della peste.
E se la vera medicina è informare su tutto, subito e accuratamente, il paradigma comunicativo del leader cinese è stato fondato su un’informazione omissiva, lenta e bugiarda. Il virus, non diversamente dal terrorismo, ha diffuso un sentimento di paura che, a sua volta, ha generato altro terrore. La paura delle autorità locali di essere punite da quelle centrali; la paura delle seconde di perdere la credibilità del popolo le ha indotte a trattarlo da suddito, privandolo del diritto di conoscere; e infine la paura del potere autoritario di attirare su di sé il discredito delle potenze democratiche lo ha esposto al ridicolo. Il funzionario inviato a Wuhan, mentre rassicurava i cittadini sull’inesistenza del pericolo, è stato lui stesso vittima di ciò che negava.
La paura non può essere la domina incontrastata che fa scrivere leggi; soffocare libertà, espellere giornalisti di testate straniere; rinchiudere dietro le sbarre i propri intellettuali per aver osato discutere della legittimità di un potere dal volto arcigno e ingiustificato dall’inefficienza. Siamo di fronte alla palingenesi del rischio: non è la vita dei cittadini cinesi, ma la credibilità del potere autoritario il bene esposto a minaccia grave e irreparabile.
Un potere democratico, se sfidato da emergenze globali, deve adoperarsi affinché il cittadino sappia tutto quello che ha il diritto di conoscere, perché la sua legittimazione poggia, non su apparente credibilità e posticcia efficienza, bensì sulla ferma osservanza delle regole fondative dello Stato di diritto: divisione dei poteri e libertà fondamentali.

