Coronavirus: A di Amuchina, D di droplet, V di vaccino. Le parole dell’emergenza
Il vocabolario dell’emergenza sanitaria, economica e sociale che è partita dalla Cina e ora si è diffusa anche in Italia si arricchisce ogni giorno di nuove parole. L’ultima, in ordine di tempo, è «droplet», la distanza di un metro che si deve mantenere tra due persone per ridurre il rischio contagio
di An.Man.
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A come Amuchina. Nelle farmacie non si trova come non si trovano le mascherine. Con il massimo distacco di cui sono capaci, i farmacisti milanesi rispondono laconici che no, non sanno quando arriveranno i rifornimenti , ma il prezzo su Amazon è schizzato e la consegna è prevista non prima di una settimana. Già sabato mattina 22 febbraio, ventiquattro ore dopo la notizia del primo malato in Lombardia, il gel mani Amuchina era esaurito sul sito di Esselunga per chi fa la spesa a domicilio. La Angelini, azienda produttrice, chiarisce con un comunicato sul proprio sito che stanno aumentando la produzione ma il prezzo resta invariato. Così si cerca la ricetta dell’amuchina per farla da sé.
B come Baci. Meglio evitarli. L’affetto al tempo del coronavirus si deve manifestare in altro modo perché il contatto diretto e ravvicinato a meno di un metro e mezzo di distanza può essere fonte di contagio, informa da settimane il sito del ministero della Salute. Le goccioline del respiro passano da una persona all’altra con molta facilità, in caso di coronavirus molto più facilmente di quanto avviene con l’influenza. Come i baci anche le strette di mano e gli abbracci, istintivamente in questi giorni si inizia a stare più lontani gli uni dagli altri anche a lavoro, anche in famiglia. (una settimana dopo la redazione di questo glossario, il 3 marzo il comitato tecnico scientifico che lavora a fianco del governo ha emanato raccomandazioni in questo senso valide per tutta Italia e per trenta giorni).
C come Coronavirus, Cina e Codogno. Il primo è il virus che ha originato l’emergenza globale e dal 21 febbraio giorni di apprensione e disagi e vittime in Italia. È un virus che si conosce da pochi mesi, da poche settimane ha le sue denominazioni scientifiche, Covid19 e
SARS-CoV-2. I medici di Wuhan, metropoli cinese al centro dell’epidemia, lo hanno intercettato a dicembre, da lì si è propagato in Cina e nel mondo. La maggior parte dei contagiati e vittime sono in Cina. Codogno è il paese in provincia di Lodi, 60 chilometri da Milano, 40 minuti di treno, da cui ha originato il focolaio più grande d’Italia.
C come cura. Ancora la C, stavolta come cura per il coronavirus. Gli infettivologi rassicurano: nell’80% dei casi è una malattia che non ha bisogno di ricovero ma solo di non essere trasmessa agli altri, in particolare ai soggetti più vulnerabili. Ma c’è una percentuale di casi in cui le complicanze della sindrome portano al ricovero e alla terapia intensiva per polmonite nel 4 per cento dei casi. Non c’è ancora un vaccino, quindi si sperimentano antivirali già conosciuti e farmaci utilizzati per la malaria e per contrastare l’Hiv.
D come droplet. Il Merriam Webster la definisce «piccola goccia». Dal 2 marzo è la distanza di un metro che si deve mantenere tra due persone per evitare il contagio da coronavirus. «Sappiamo che il virus si diffonde attraverso delle goccioline che emettiamo con il naso e soprattutto con la bocca. Sono abbastanza pesanti e mediamente hanno un raggio di ricaduta entro un metro dalle vie aeree. La cosiddetta distanza droplet è appunto un metro dalla persona infetta. L'idea è che nei locali si possa mantenere la distanza tra gli avventori. Possono stare aperti se seguono questa regola» dice il presidente dell'Istituto Superiore di Sanità, Silvio Brusaferro. Che così spiega la decisione del governo di riaprire gli esercizi pubblici nelle tre regioni più colpite (Lombardia, Veneto, Emilia Romagna) rispettando la distanza di un metro tra le persone. In inglese si parla più estesamente di «droplet precaution», una serie di precauzioni che includono mascherine, protezione degli occhi, guanti e camici.


