La decisione

COP30, firmato accordo senza piano per combustibili fossili

L’intesa è stata raggiunta per consenso ma evita di nominare i combustibili fossili, nonostante le pressioni dell’Unione Europea e di oltri ottanta Paesi

di Angelica Migliorisi

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A Belém, nel caldo denso dell’Amazzonia, quando il martelletto del presidente della COP30 André Corrêa do Lago ha battuto sul legno, la plenaria è esplosa in un applauso sollevato. Dopo due settimane di negoziati estenuanti, i quasi duecento Paesi presenti hanno adottato per consenso un accordo che nelle intenzioni dovrebbe segnare un nuovo capitolo della lotta al riscaldamento globale. Ma dietro la celebrazione è rimasta sospesa una sensazione limpida: la diplomazia ha tenuto in vita il processo multilaterale, ma la sostanza dell’intesa resta molto distante dal livello di ambizione invocato dalla scienza e da un’ampia parte della comunità internazionale. Lo dimostra il fatto che, nonostante gli sforzi dell’Unione Europea e di più di ottanta Paesi, nel testo finale non compare alcun riferimento all’eliminazione graduale dei combustibili fossili.

Il cuore dell’accordo è contenuto nella “Global Mutirão decision”, un documento che riconosce esplicitamente l’insufficienza delle politiche attuali per mantenere l’obiettivo di +1,5°C. Per rispondere a questo divario, la presidenza brasiliana ha introdotto una nuova iniziativa volontaria dedicata ad accelerare l’attuazione degli impegni nazionali, puntando a colmare lo scarto tra ciò che i Paesi dichiarano e ciò che realmente fanno. A questa si affianca la “Belém Mission to 1.5”, un percorso istituzionale che dovrà aiutare governi e organismi tecnici a rendere operative le promesse di riduzione delle emissioni. Sono strumenti pensati per dare forma concreta a un’agenda che, almeno sulla carta, resta orientata alla stabilizzazione climatica. Ma nessuno dei due, inevitabilmente, scioglie il nodo politico della transizione energetica.

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È proprio su questo nodo che si è consumata la battaglia più dura. L’Unione Europea aveva annunciato chiaramente che non avrebbe accettato un testo privo di un riferimento esplicito alla necessità di superare petrolio, gas e carbone. I suoi negoziatori, insieme a una larga coalizione di Paesi vulnerabili e di Stati favorevoli a una rapida decarbonizzazione, hanno insistito fino all’ultimo per inserire una frase che tracciasse un sentiero chiaro di abbandono dei combustibili fossili. Ma la resistenza dei grandi produttori - guidati da Arabia Saudita, Russia, India e altri membri del blocco che vede nella transizione un rischio economico e politico - è stata impenetrabile. Già nella penultima bozza le formulazioni più forti erano state rimosse, scatenando proteste formali da parte di nazioni insulari e di gruppi di Paesi che dipendono dalla sopravvivenza dei confini costieri.

Alla fine, Bruxelles ha ceduto. Di fronte al rischio concreto che l’intero negoziato collassasse, molti diplomatici europei hanno ammesso, seppur con frustrazione, che un accordo debole era preferibile a un nulla di fatto. La rinuncia a ottenere una parola - “fossili” - ha mostrato una verità cruciale del processo multilaterale: senza consenso, nessun avanzamento è possibile, e la necessità di includere anche le economie che basano la loro ricchezza sugli idrocarburi continua a imporre limiti stretti all’ambizione collettiva.

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Sul fronte della finanza climatica, il compromesso è stato altrettanto delicato. Il testo finale chiede di triplicare entro il 2030, rispetto ai livelli del 2025, i finanziamenti globali per l’adattamento. Si tratta di un obiettivo politico importante, che però non contiene cifre vincolanti né definisce una ripartizione degli oneri. Le stime circolate durante la COP, che quantificavano questo triplicamento attorno ai 120 miliardi di dollari annui, non sono state incluse nella decisione. Una differenza politica ancor prima che tecnica: molti Paesi vulnerabili hanno sottolineato che senza impegni misurabili il rischio è trovarsi di fronte all’ennesimo obiettivo ambizioso sulla carta ma privo di reali meccanismi di attuazione. Inoltre, l’anno fissato - il 2030 - segna un’accelerazione rispetto alle bozze circolate nei giorni precedenti, ma arriva comunque in ritardo rispetto alle richieste più pressanti del Sud globale.

Accanto a questi elementi, l’accordo contiene un altro passaggio destinato a pesare nei prossimi anni. Nel testo si afferma che le misure per il clima non devono trasformarsi in strumenti di «discriminazione arbitraria o ingiustificabile» sul commercio internazionale. È un riferimento diretto alle preoccupazioni dei Paesi emergenti nei confronti degli strumenti europei come il meccanismo di aggiustamento del carbonio alle frontiere. Il linguaggio è calibrato, ma segnala la volontà del Sud del mondo di non subire gli effetti di una transizione disegnata altrove. È stato inoltre stabilito un dialogo ad alto livello nel 2028 sulla relazione tra commercio e clima, una scelta che riconosce quanto le tensioni commerciali stiano diventando parte integrante della diplomazia climatica.

In parallelo a queste dinamiche, la COP30 ha anche sbloccato la questione dell’assegnazione della COP31, rimasta congelata per mesi. Turchia e Australia hanno raggiunto un compromesso: Antalya ospiterà fisicamente il vertice del 2026 e la Turchia ne avrà la presidenza formale, mentre l’Australia guiderà i negoziati.

Nel suo intervento finale, Corrêa do Lago ha annunciato la volontà di dedicare i prossimi dodici mesi a due road map: una per una transizione «ordinata e giusta» dalle fonti fossili, l’altra per rafforzare la lotta alla deforestazione. Ha promesso processi guidati dalla scienza e inclusivi, invocando il ruolo del Brasile come ponte tra Nord e Sud del mondo. Non è un caso, d’altronde, che questa COP si sia svolta proprio in Amazzonia: Belém ha offerto a delegati e osservatori un promemoria concreto della dimensione territoriale e sociale della crisi climatica, mostrando come milioni di persone vivano già oggi gli effetti di un riscaldamento che altrove viene discusso in termini astratti.

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