Moda uomo a Parigi/2

Contro l’entertainment estremo, i vestiti cercano un nuovo protagonismo

Celine è il marchio trionfante della stagione. Nuova sartorialità per Givenchy, morbidezze eleganti da Lanvin, Magliano convince con la sua visione

di Angelo Flaccavento

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Nonostante le aspettative, sempre alte, anche la fashion week parigina dedicata alla moda maschile, conclusasi domenica, è apparsa alquanto scarica, non diversamente da Milano. La canicola insopportabile non ha aiutato, ma è il sistema tutto che pare giunto al punto di arresto. La produzione di puro entertainment è illusoria e di grande detrimento: se non si lavora sui vestiti crolla tutto, in primis l’interesse finale dei consumatori. È solo partendo dagli oggetti, infatti, che si struttura un messaggio di reale impatto.

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Non è un caso che, in questa prospettiva, il vero trionfatore della stagione sia stato Michael Rider con Celine. Qui, tutto parte dai vestiti, con i quali si gioca mentre ci si racconta andando in infinite direzioni senza tema di essere tacciati di incoerenza. Anzi, il contrario: l’idea è proprio di raccontare e contenere moltitudini, riconoscendo che una sola persona può essere molte, e di conseguenza anche un marchio.

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La collezione ha una leggerezza e una energia ineffabili, e riassume in modo personale quasi tutti i temi della stagione - leggerezza, decorazione, indulgenze femminee - rendendoli elementi di un discorso modulabile ad libitum.

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Da Magliano, l’idea di una vita vissuta intensamente – indossando capi sui quali si scrivono gli sbreghi, le pieghe e le macchie di mille avventure – è un tratto identitario. Per la seconda stagione a Parigi, Luca Magliano trasporta i suoi inconfondibili emarginati della provincia emiliana nello sfarzo decadente di Chez Maxime, mettendo in scena un tableau vivant che ritrae il momento conclusivo di un sontuoso banchetto. L’allestimento, accompagnato da un odore pungente, è suggestivo, sebbene spurio rispetto allo spirito del marchio. Quanto ai capi, è interessante osservare quanto Magliano riesca a esprimere restando fedele al proprio codice stilistico, di fatto ponendosi come un classico sui generis.

I modelli di Willy Chavarria hanno l’atteggiamento fiero tipico della cultura Chicana. Questa stagione la sfilata è meno teatrale, ma sempre percorsa da un fervido ecumenismo che, a questo punto, significa poco, mentre i vestiti dicono anche meno. Da Junya Watanabe è tutto un affair di tute da ginnastica, perle e catene, mentre da Amiri lustrini e austerità si uniscono in modi affatto personali.

Da Sacai, capi classici sono decostruiti e ricombinati con rapidità e prontezza, giocando con i codici del preppy e dell’industriale. L’atmosfera festosa da Comme des Garçons è accompagnata da un messaggio — “E se la guerra finisse?” — che si traduce in colori vivaci, forme sventolanti come bandiere e un senso di leggerezza psichedelica.

KML, il progetto saudita dei fratelli Ahmad e Razan Hassan, si sta rapidamente affermando come una realtà degna di attenzione. Lo caratterizza una reinterpretazione essenziale dell’abbigliamento beduino, tradotto in una proposta androgina e ancestrale che crea un ponte tra epoche e culture. Il soft tailoring originariamente plasmato dall’insostituibile Giorgio Armani è ancora rilevante, in tempi di mascolinità gentile.

Soshiotsuki è seguace devoto, a volte fin troppo zelante, di re Giorgio, i cui abiti, osservati addosso agli uomini d’affari nel Giappone degli anni ’90, hanno lasciato in lui un segno indelebile. Nella sua formula creativa emergono però anche una mano delicata, un uso poetico del colore e una morbidezza tutte personali. Questa stagione, Ozuki esplora l’idea della formalità che si allenta, abbracciando uno stile che evoca le atmosfere delle vacanze o dei resort. Se l’abbinamento tra suit sartoriali e sneakers risulta forse un po’ scontato in quest’ottica, la fluidità delle stratificazioni leggerissime, l’armonia di tonalità delicate e la sensazione stessa di capi che sembrano fluttuare nell’aria colgono perfettamente nel segno. Degna di nota è anche la capacità di Ozuki di creare dettagli poetici che parlano da soli: un bavero che si arriccia, una cintura che si attorciglia.

Da sempre fautore di volumi estremi, questa stagione Hed Mayner lavora su una silhouette ancora una volta scultorea, ma più aderente al corpo. L’approccio riduzionista, unito a una particolare attenzione per le texture, si traduce in una prova convincente. Tuttavia, resta la sensazione che Mayner potrebbe avere un impatto ancora maggiore se decidesse di uscire dalla propria zona di comfort.

È interessante osservare come l’identità maschile venga definita dalle maison couture che stanno dando rinnovata attenzione alle collezioni uomo. L’idea di Sarah Burton per Givenchy affonda le radici nella sartorialità, nella decorazione e nella matericità. L’espressione richiama ciò che Burton realizzava magistralmente da McQueen – un aspetto positivo, considerando che oggi McQueen ha assunto una direzione diversa.

Da Lanvin, invece, Peter Copping sta traducendo l’elegante linearità e la vocazione decorativa della maison in una visione del menswear al contempo distante e accessibile. In una stagione all’insegna della morbidezza e di un’estetica eterea, la decorazione assume un nuovo significato.

È entusiasmante ciò che Takuya Morikawa di Taakk riesce a creare lavorando sulle texture: uno stile potente ma gentile, complesso ma immediato, e assolutamente desiderabile. È davvero singolare, infine, il modo in cui Julian Louie integra decorazioni delicate e forme morbide e rilassate, tipiche del mondo surf; il suo brand Aubero – piccolo ma impeccabile – è una vera gemma.

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