Calcio

Conto alla rovescia per il Mondiale più ricco di sempre, tra difficoltà logistiche e tensioni geopolitiche

Il Mondiale 2026 si apre senza l’Italia, assente per la terza volta consecutiva, in un’edizione che coinvolge tre Paesi e 48 squadre

di Dario Ceccarelli

Una veduta aerea dello stadio di Città del Messico, a Città del Messico, in Messico, il 3 giugno 2026. Lo stadio ospiterà la partita inaugurale dei Mondiali FIFA 2026 tra Messico e Sudafrica l'11 giugno.  EPA/TOMAS PEREZ EPA

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Ci sembra ancora strano che questo giovedì 11 giugno, in mezzo a tante altre vicende drammatiche e complicate, cominci il 23° Mondiale di calcio. Senza l’Italia. Oppure no, ci siamo abituati, come per tutte le cose che non ci piacciono, la prima volta ci fai caso, ma alla terza preferisci non pensarci più.

Perfino i rimpianti, dopo lo shock della bocciatura durato tre giorni, si sono stemperati. Ormai ad essere orfani delle estati mondiali, non sono più solo gli adolescenti. Se è vero infatti che abbiamo saltato le ultime tre edizioni (2018-2022-2026), anche ai Mondiali del 2014 e del 2010 ci è andata male uscendo, in entrambi i casi, nella prima fase, quella dei gironi. Insomma, è dal 2006, cioè da vent’anni, da quando il cielo di Berlino si colorò d’azzurro, che siamo fuori dal Grande Spettacolo del calcio.

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Viviamo di ricordi, di interviste, di rimpianti. Guardiamo in tv l’ultimo rigore di Grosso, quelli che ci diede la vittoria sulla Francia, e ci sembra un altro mondo. Giocatori come Pirlo, Del Piero, Buffon, perfino Materazzi, sembrano appartenere non solo a un’altra generazione, ma ad un’altra vita, quando non c’erano i social, gli smartphone e l’intelligenza artificiale era qualcosa di là da venire, come l’uomo su Marte o il Bosone di Higgs.

Eppure, anche senza di noi, i mondiali vanno avanti. Anzi, s’ingrossano. Questo Mondiale “americano”, che si svolge tra Messico, Canada e Stati Uniti, conta addirittura 48 squadre per un totale di 104 partite e 1248 giocatori convocati. Un numero enorme, ipertrofico, tipico dei nostri tempi dove qualsiasi evento deve per forza moltiplicarsi. Basti pensare che ai Mondiali in Spagna del 1982, quelli vinti dall’Italia di Bearzot, le squadre erano 24, la metà di adesso. E prima, dal 1934 al 1978, solo sedici. Altri tempi, lo sappiamo. Però ora rasentiamo la follia. Se scorriamo l’elenco dei partecipanti, troviamo squadre improbabili come Capoverde, Panama, Curacao, Ghana, Nuova Zelanda, Giordania, Haiti, Uzbekistan, eccetera.

Fa un certo effetto pensare che ci siano Capoverde e Panama e non l’Italia, che nella sua storia ha vinto quattro mondiali finendo tra le prime quattro in otto occasioni. Ma questo è il calcio globalizzato, baby, direbbe Gianni Infantino, presidente della Fifa e grande amico di Donald Trump, che fortissimamente ha spinto per organizzare questo Super Evento dove sembrano quasi tutti imbucati tranne l’Italia. Per la cronaca, Infantino è nato da madre bresciana e padre di Reggio Calabria. Comunque, meglio non fare troppo gli spiritosi: se ci hanno lasciati a casa Bosnia e Macedonia, magari le avremmo poi buscate anche da Ghana e Curacao, isola caraibica olandese con 156mila abitanti, più o meno gli stessi di Perugia.

Rode, ovvio. Siamo come quei vecchi aristocratici, ricoperti di debiti, con gli antichi palazzi scrostati, che ironizzano su chi, venendo dal basso, è comunque riuscito a costruirsi una posizione. Non a caso questo è anche il Mondiale dei migranti, quasi 300 dei partecipanti gioca in una nazionale che non è quella del paese dove è nato. Un dato questo che fa riflettere a proposito del ridimensionamento del calcio italiano, dove gli unici migranti diventati più o meno protagonisti in Nazionale sono stati Balotelli (presto però rimasto ai margini) e ultimamente con risultati più brillanti Kean.

Calcio d’inizio con Messico-Sudafrica

Ma torniamo al Mondiale: si comincia questo giovedì 11 giugno con Messico-Sudafrica a Mexico City (ore 21 italiane) e si finirà domenica 19 luglio con la finalissima nel New York Jersey Stadium sempre alle 21. Uno dei problemi di questa edizione sarà quello degli orari e delle temperature, molto differenti da una sede all’altra. Qualcuno ricorderà il caldo micidiale dell’edizione di Usa’94, quella in cui perdemmo la finale col Brasile ai rigori con il pianto di Baggio per aver scagliato il pallone sopra la traversa. Anche questa volta c’è il rischio di una competizione falsata. In Messico la differenza è di otto ore, si gioca insomma all’ora di pranzo, un orario che d’estate mal si concilia con sfide calcistiche...

Non mancano i problemi politici, a cominciare dal fatto, non proprio secondario, che i tre paesi organizzatori, con Trump che se ne inventa sempre una, non vanno d’amore e d’accordo. E poi c’è l’Iran, in guerra con gli Stati Uniti dalla fine di febbraio, in ritiro in Messico, ma costretto a fare viaggi velocissimi di andata e ritorno per giocare le tre partite del girone a Los Angeles e a Seattle. Spostamenti pesanti in condizioni di grande tensione fisica e psicologica per ragioni di sicurezza facilmente immaginabili.

Un ricorrente dilemma, ogni volta che l’Italia è fuori, è quello di decidere per quale squadra tifare. Ovviamente non è obbligatorio, ma chi segue il calcio, è per “natura” portato a schierarsi con una squadra o con l’altra. C’è chi, come molti interisti, scelgono l’Argentina per Lautaro, capocannoniere del nostro campionato. Ma non è così automatico. A volte si tifa per i più deboli ma simpatici, oppure per le sorprese (in ogni Mondiale ce n’è una), oppure per qualche giocatore che ci piace particolarmente. Ognuno ha il suo preferito.

Gli allenatori italiani in gara

La nostra fortuna, se tale si può chiamare, è quello di avere un allenatore blasonatissimo come Carlo Ancelotti sulla panchina del Brasile, una delle squadre comunque più seguite per talento e spettacolo. Ancelotti, oltre che bravo come tecnico, è amato a prescindere per le sue doti di simpatia e capacità di calarsi in qualsiasi situazione. In Brasile, anche perché parla portoghese, è apprezzatissimo. C’era qualche dubbio all’inizio, soprattutto venendo dalla scuola italiana, più portata alla difesa che all’attacco. Ma Carletto, che conosce i suoi polli e ha già rinnovato fino al 2030, ha scaldato l’ambiente portando anche Neymar. Fermato da un lieve infortunio, nella partita d’esordio con il Marocco dovrebbe sostituirlo Igor Thiago, un armadio a sei ante che ha già realizzato 24 reti con il Brentford. Ancelotti comunque ha un sogno: portare la Seleção a conquistare l’Xexa, il sesto titolo, Non sarà facile. I pronostici vanno a Spagna, Francia e Inghilterra. Poi a Portogallo, Brasile, Argentina e Germania. Non ci sono certezze, non c’è una squadra che parte favorita, dicono tutti i commentatori. Si vedrà. Di solito la squadra migliore viene fuori alla distanza, dopo qualche impaccio iniziale.

Sempre sul tema del tifo, abbiamo altri due allenatori italiani che possono attirare simpatica. Uno è Vincenzo Montella, 51 anni, ex bomber, soprannominato “Aereoplanino” per il suo modo di esultare dopo un gol, che guiderà la Turchia dopo averla portata al Mondiale. Da dove mancava dal 2002 quando, a sorpresa, arrivò al terzo posto. Un altro nostro tecnico è Fabio Cannavaro. L’ex Pallone d’oro sarà sulla panchina dell’Uzbekistan, un’altra debuttante nella Coppa. Proprio Cannavaro, a proposito dell’esagerato clima di tensione, è stato vittima di rigidissimi controlli sui visti con lunghe perquisizioni con cani antidroga nei bagagli personali. Naturalmente perché l’Uzbekistan rientra nella lista dei paesi non graditi da Trump. Peggior sorte è capitata all’arbitro somalo Omar Artan, eletto miglior direttore di gara africano, che si è visto negare l’ingresso dopo un pesante interrogatorio di 16 ore. Il bello è che Artan era anche munito di un visto diplomatico. Con Trump, che cambia amici e nemici da un giorno all’altro, ne vedremo di tutti i colori. Un Mondiale nel Mondiale.

Un altro tema caldo è quello dei prezzi astronomici. In media assistere a una partita sarà cinque volte più costoso rispetto all’ultimo torneo in Qatar. Per la finalissima del 19 luglio si arriva addirittura a 5000 dollari. Non a caso sono ancora molti i biglietti invenduti. Come per l’assegnazione dei posti, questo è un problema già visto in altre edizioni. Però in questo clima di caos politico la situazione è ancora più complicata e foriera di tensioni.

I fuoriclasse attesi

Meno male che ai Mondiali di calcio alla fine c’è sempre il calcio. E soprattutto i giocatori, i grandi fuoriclasse, come sempre molto attesi. I Grandi vecchi, come Ronaldo (41 anni), Modric (40) e Leo Messi (38), contrapposti alla nuova generazione dei Yamal (18), Doué (21) e Nico Paz (21). La stella delle stelle è comunque lo spagnolo Lamine Yamal, 43 milioni di follower su Instagram. Al suo primo Mondiale, l’attaccante del Barcellona (24 reti nell’ultimo campionato) è il prototipo della generazione Z delle star calcistiche. La sua quotazione - 290 milioni - è in realtà un’astrazione, un puro calcolo aritmetico. Chi può permettersi una cifra del genere? Ma non deve neanche stupire troppo, se si pensa che il nostro Marco Balestra, 21 anni, esterno destro dell’Atalanta, vale già 50 milioni. Yamal almeno è già un fenomeno, calcistico e mediatico, ma Balestra?

“Money it’s a gas”. La cantavano i Pink Floyd nel 1973, ma la canta adesso anche la Fifa, che da questo Mondiale punta a ricavare più di 9 miliardi. Nel 2006, per fare un confronto quando lo vinse l’Italia, i ricavi furono di circa 2,5 miliardi. È il mondiale dei ricchi, ma anche delle grandi disuguaglianze. Specchio dei tempi. Se la Francia è al top come valutazione di mercato dei sui giocatori (1,5 miliardi), la Giordania è la maglia nera con 19 milioni di euro. In questo caso, anche se lo dice il Vangelo, è molto difficile che gli ultimi saranno i primi.

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