Investimenti

Consulenza finanziaria: per clienti e operatori è essenziale il fattore umano

Una ricerca di Vanguard mostra l’evoluzione in Italia del rapporto che privilegia la fiducia

di Antonio Criscione

(Adobe Stock)

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Il futuro della consulenza sta nella capacità di sincronizzare priorità e percezioni di clienti e consulenti. Dall’indagine “Client Connect: The Vanguard Advice Survey 2026”, condotta su oltre mille investitori e duecento professionisti in Italia, emerge un quadro fatto di profonde intese sul valore umano della professione, ma anche di distanze sulle priorità di servizio.

I punti di incontro

Il dato di partenza è estremamente positivo: i clienti percepiscono che il proprio consulente generi un “alfa” (valore aggiunto) del 5,7% annuo. Come spiega Fabrizio Zumbo, Senior specialist dell’advisory research centre di Vanguard, «questo dato supera il 3% stimato dai nostri modelli tecnici, perché include una fondamentale componente emotiva e di tempo. La consulenza, infatti, si traduce in fiducia nel raggiungimento degli obiettivi (74,4%) e in serenità psicologica (74,1%)».

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Su questo aspetto relazionale, l’accordo tra le parti della consulenza è totale: il 91% dei clienti e il 100% dei consulenti ritengono fondamentale il fattore umano. Zumbo sintetizza questo concetto sottolineando la necessità di passare dal concetto di “Asset under management” a quello di “Humans under management”, ricordando ironicamente che la tecnologia non potrà mai sostituire l’empatia o l’ascolto attivo.

Anche sul supporto comportamentale c’è grande sintonia: l’aiuto per evitare decisioni dettate dal panico è considerato cruciale e con un impatto positivo dal 79,8% degli investitori e dal 97% dei consulenti. Entrambi i gruppi stimano che questo affiancamento abbia evitato perdite a due cifre (-11,3% per i clienti, -16% per i consulenti) negli ultimi tre anni di volatilità.

I cortocircuiti della relazione

Nonostante l’ottima sintonia emotiva, quando si scende sul piano pratico emergono divari preoccupanti, i cosiddetti “disconnect”. Il primo riguarda le priorità assolute: per gli investitori, le tre cose più importanti sono la trasparenza sulle commissioni (20,6%), i costi degli investimenti (19,8%) e la personalizzazione (18,7%). Zumbo definisce una “brutta notizia” il fatto che i consulenti non inseriscano i costi e la personalizzazione nemmeno nella loro “top 5”, convinti che la loro dote migliore sia la “capacità di comunicare in modo chiaro”. Ignorare i costi è un errore strategico: Zumbo ricorda che le commissioni agiscono come un interesse composto al contrario, e soluzioni a basso costo possono portare a un portafoglio superiore anche del 26% su un orizzonte di vent’anni.

Esiste inoltre un paradosso sulla trasparenza e un’illusione sulla personalizzazione. Sebbene il 79% dei clienti consideri la trasparenza essenziale per la fiducia, circa metà di loro (49%) non sa esattamente come venga remunerato il consulente. Sul fronte del servizio su misura, mentre il 40% dei consulenti è convinto di offrirlo “sempre”, solo il 20% dei clienti ha la percezione di riceverlo realmente. Infine, persino sull’apprezzato supporto comportamentale c’è un difetto di comunicazione: quasi un quinto dei clienti (19,5%) non ne percepisce l’effetto, spesso perché il consulente non esplicita chiaramente che una semplice telefonata rassicurante è, a tutti gli effetti, una consulenza di alto livello.

Un rischio per il futuro

Nei prossimi 30 anni, si stima che avverrà un trasferimento di ricchezza pari a 3.800 miliardi di euro. Anche qui, teoria e pratica si scontrano. Sebbene il 78% dei clienti voglia pianificare la successione già tra i 40 e i 50 anni, i professionisti tendono a rimandare il discorso alla fascia 50-60 anni.

Il dato più allarmante riguarda il coinvolgimento della famiglia: solo il 28% dei consulenti incontra spesso il coniuge e un misero 18% interagisce con i figli. Fabrizio Zumbo evidenzia come affrontare il tema della morte scateni spesso reazioni scaramantiche da parte dei clienti, rendendo la conversazione difficile. Tuttavia, non superare questo ostacolo mette a rischio la sopravvivenza stessa della professione. Secondo quanto emerso dall’indagine, solo il 44% degli investitori italiani crede che i propri figli continueranno ad avvalersi dello stesso consulente finanziario di famiglia una volta ricevuta l’eredità. La percentuale sale invece al 64% per quanto riguarda i coniugi, indicando che le donne o partner sono mediamente più inclini dei figli a mantenere il rapporto esistente. La situazione negli Stati Uniti è ancora più accentuata dove, ricorda Zumbo, il fenomeno dell’abbandono del consulente riguarda l’87% dei figli e il 70% dei partner.

La tecnologia e modelli a parcella

Per sanare questi disallineamenti, il report e l’analisi di Zumbo indicano una strada chiara. I consulenti devono delegare la gestione tecnica dei portafogli e automatizzare l’amministrazione. Questo approccio permette di recuperare fino a “9 ore alla settimana” da reinvestire nelle attività puramente umane, come l’ingaggio degli eredi e il supporto comportamentale. Infine, la risposta strutturale alle richieste di maggiore trasparenza, minori costi e alta personalizzazione sembra risiedere nel modello di consulenza a remunerazione diretta (fee-only o a parcella). Questo modello, già in forte crescita in Italia (27% della raccolta netta fino ad agosto 2025), secondo Zumbo allinea perfettamente gli interessi, slega il professionista dalla pura vendita di prodotti e risponde alle esigenze delle generazioni più giovani e patrimonializzate.

Il contesto in cui opera la consulenza è molto legato alla normativa Ue. Se la Retail investment strategy è alle battute finali, altre normative sono in arrivo. Marco Tabanella, Head of Intermediary Retail & Strategic Accounts per Vanguard Italia, chiarisce che il trend normativo globale (che si parli di Ris o di Savings Investment Union) va inesorabilmente verso l’innalzamento degli standard fiduciari e una maggiore trasparenza dei costi. «A differenza del Regno Unito, dove il regolatore è intervenuto in modo drastico, in Italia l’evoluzione sarà più graduale e legata a diversi fattori. Il cambiamento sarà comunque spinto dal basso: le nuove generazioni di clienti e di giovani consulenti orienteranno il mercato verso il modello a parcella».

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