Lavoro

Confronto tra buste paga in azienda: il governo lavora per recepire la direttiva Ue entro il 7 giugno

I lavoratori potranno chiedere ai datori di lavoro informazioni sui livelli retributivi medi, con l’inversione dell’onere della prova nei procedimenti avviati per discriminazione retributiva: in caso di contenzioso, spetta all’impresa dimostrare la ragionevolezza delle decisioni

di Giorgio Pogliotti

Gender pay gap, come applicare in azienda le direttive sulla trasparenza retributiva

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Il governo ha tempo fino al 7 giugno per recepire la direttiva europea 2023/970, volta a rafforzare l’applicazione del principio della parità di retribuzione tra uomini e donne per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore, attraverso la trasparenza retributiva e i relativi meccanismi di applicazione.

L’obiettivo è quello di raggiungere la piena parità salariale tra i generi, considerando che in Italia le retribuzioni delle donne nel privato sono mediamente pari al 70% delle retribuzioni degli uomini (nel pubblico sono in media sono pari al 77%). Sono diverse le novità destinate ad impattare sull’organizzazione delle aziende, vediamo le principali e quali sono i tempi di attuazione.

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L’iter di attuazione della direttiva

Al ministero del Lavoro, come previsto dalla legge n.15 2024 contenente la delega al governo per recepire le direttive europee, si è svolta la prima riunione con le parti sociali, in vista della preparazione di una bozza di decreto legislativo; aziende e sindacati saranno convocate nuovamente nelle prossime settimane per la messa a punto di un testo da condividere, da portare poi in consiglio dei ministri per il primo via libera. Dopodiché potrà iniziare l’iter parlamentare e quindi lo schema di Dlgs potrà tornare in consiglio dei ministri per il varo finale che, per rispettare i tempi fissati dalla direttiva europea, dovrà avvenire prima della scadenza del 7 giugno.

Nella selezione vietato chiedere al candidato informazioni sulla sua retribuzione

Nella fase che precede il colloquio di selezione del candidato, il datore di lavoro dovrà fornire in modo trasparente informazioni sulla retribuzione iniziale o sulla fascia retributiva dei posti vacanti. Il datore di lavoro non potrà chiedere al candidato informazioni sulla retribuzione attuale o pregressa. La ratio è quella di ridurre la discrezionalità e i possibili rischi di discriminazione, dunque, nel momento in cui l’azienda pubblica un avviso ed apre una posizione per una determinata mansione deve essere già chiaro quale sarà il trattamento retributivo offerto, a prescindere da quella che è la retribuzione del candidato.

Dopo l’assunzione più peso alla trasparenza che alla privacy

Una volta assunti, i lavoratori potranno chiedere ai datori di lavoro informazioni sui livelli retributivi medi, delle categorie di lavoratori che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore, sui criteri utilizzati per determinare la progressione retributiva e di carriera, con dati disaggregati per sesso. L’azienda non potrà invocare il principio di riservatezza, perché a prevalere è l’esigenza di garantire la massima trasparenza, anche se non si potrà conoscere la retribuzione del collega, ma i livelli retributivi medi di chi svolge la stessa mansione o mansioni analoghe.

Dovranno diventare accessibili anche i criteri utilizzati dall’azienda per stabilire il valore della retribuzione e le progressioni di carriera delle categorie di lavoratori che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore.

Procedura di valutazione in caso di scostamenti del 5%

Se dovesse emergere un divario medio retributivo di genere pari ad almeno il 5% in una qualsiasi categoria di lavoratori, non giustificato da fattori oggettivi e neutri sotto il profilo del genere, l’azienda deve intervenire aprendo una procedura di valutazione congiunta delle retribuzioni da effettuare in collaborazione con i rappresentanti dei lavoratori.

Viene introdotta l’inversione dell’onere della prova nei procedimenti avviati per discriminazione retributiva: in caso di contenzioso, spetta al datore di lavoro dover dimostrare che non c’è stata discriminazione retributiva, altrimenti sarà necessario elaborare i correttivi per non essere sanzionati.

Obbligo di rendicontazione entro un anno per le aziende con 250 dipendenti

Oltre agli obblighi informativi nei confronti dei lavoratori, per i datori di lavoro scattano obblighi di rendicontazione nei confronti di terzi, in maniera graduale e con tempistiche differenziate in base alla dimensione aziendale. Le imprese con oltre 250 dipendenti dovranno comunicare annualmente il divario retributivo di genere, quelle tra 100 e 249 dipendenti ogni tre anni, mentre si prevede l’esclusione per le aziende sotto i 100 dipendenti.

Rotondi (Lablaw): è un cambio di paradigma

«L’applicazione della direttiva europa - spiega l’avvocato Francesco Rotondi (Lablaw) - implica modifiche nelle politiche remunerative delle aziende che dovranno rendere visibili e verificabili i meccanismi di formazione della retribuzione dei dipendenti. Si passa dal quantum al perché si stabilisce un determinato valore, con l’inversione dell’onere probatorio se il lavoratore dovesse eccepire un trattamento discriminatorio. Spetta all’azienda dimostrare la ragione per cui ha stabilito determinati valori. Si tratta di un vero e proprio cambio di paradigma, perché occorre dimostrare che si tratta di una decisione razionale, altrimenti si configura un atteggiamento discriminatorio che può dar luogo a sanzioni e contenzioso».

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