Gestione Aziendale

Conflitti in azienda, come trasformare le tensioni in risorse attraverso negoziazione e Hr

Il conflitto è intrinseco nelle organizzazioni e richiede un approccio consapevole per valorizzare le diversità e migliorare la performance collettiva

di Luca Brambilla* e Valentina Figna**

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Una ricerca condotta da MyPerfectResume durante la pandemia (2021) ha rilevato che l’80% dei lavoratori ha vissuto conflitti sul posto di lavoro, e il 39% ha riferito di aver pensato di lasciare o di aver effettivamente lasciato l’azienda a seguito di tali conflitti.

Lo dicono i dati: il conflitto è un elemento connaturale alle dinamiche relazionali. Avviene ogniqualvolta vi sia una divergenza di interessi, e dunque, potenzialmente, in ogni momento della vita. Il conflitto di per sé non è un male, tutto dipende da come viene gestito. Alcuni conflitti vengono subito assorbiti, altri degenerano in dinamiche disfunzionali, altri ancora esplodono trasformandosi in scontri aperti. La negoziazione nasce proprio con questo scopo: sciogliere i conflitti valorizzando gli interessi.

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Il conflitto: il grande rimosso delle organizzazioni

L’aura oscura che permea il termine conflitto – e di conseguenza la negoziazione – deriva in parte dalla sua diretta associazione a fenomeni come il litigio, lo scontro e, in ultima analisi, la guerra. Occorre invece ribaltare il paradigma: colui che negozia non fa la guerra ma, al contrario, tenta di costruire la pace. Chi affronta il conflitto non cerca il diverbio, bensì lo previene prima che deflagri. Come dicevano i latini “Si vis pacem, para bellum” (“Se vuoi la pace, prepara la guerra”). Così come sarebbe ingenuo governare un paese non contemplando l’esistenza della guerra, non è ragionevole guidare un’azienda senza considerare il conflitto.

Eppure, da una ricerca è emerso che solo il 26% dei professionisti intervistati si sentiva adeguatamente formato per gestire i conflitti tra colleghi (Kfouri & Lee, 2019). Ma prima ancora che insegnato, il conflitto va identificato: esso rappresenta ancora un tabù all’interno delle organizzazioni, un “non detto” che necessita di essere portato alla luce. È continuo oggetto di discussione tra i corridoi aziendali ma raramente trova spazio in riviste, libri e pubblicazioni che trattano di leadership e management. Il dibattito continua a portare alla ribalta concetti positivi che spaziano dal team building alla valorizzazione delle persone, dall’inclusione alla collaborazione. Una visione ottimistica che rischia di diventare utopistica perdendo contatto con la realtà.

Insomma, i contrasti sono intrinseci nelle dinamiche lavorative. Le aziende promuovono sistemi di misurazione della performance che, sebbene non esplicitino il conflitto, lo stimolano attraverso il linguaggio e gli strumenti adottati. Il confronto con la curva gaussiana, nota a chi si occupa di statistica, rende palese l’impossibilità di posizionarsi tutti nella medesima fascia d’eccellenza, generando inevitabilmente tensioni. Questa ambivalenza è uno dei punti su cui iniziare a ragionare per avere una strategia che integri il conflitto nella sua accezione positiva.

Negoziare su chi si vuole essere in azienda

Proprio perché il conflitto è connaturato alla nostra natura, è interessante leggerlo in chiave organizzativa. L’azienda, infatti, non è solo un luogo in cui lavoriamo, ma una delle forme attraverso cui esprimiamo il nostro essere. Ciascuno di noi non è un “ruolo”, ma un “modo di stare” all’interno di un sistema caratterizzato da dinamiche antropologiche.

L’azienda è dove abbiamo la possibilità straordinaria di realizzare una parte del nostro essere. Ma ciò avviene a un prezzo alto perché prevede l’investimento della risorsa più preziosa di cui disponiamo: il tempo. Chi lavora mette a disposizione gran parte della sua giornata e, nella maggior parte dei casi, ciò non avviene in maniera spontanea ma coatta. Ecco che una prima riflessione superficiale sul tema del worklife balance vira verso una riflessione ontologica. In altre parole, il primo conflitto nasce all’interno: il lavoratore deve innanzitutto avviare un dialogo profondo con sé stesso per riflettere su cosa desidera e chi vuole essere all’interno del sistema azienda.

Conflitti orizzontali e verticali

Le tipologie di conflitto presenti in azienda sono essenzialmente due. La prima riguarda i rapporti orizzontali, ossia tra pari. Muovendosi lungo la gerarchia la dinamica rimane simile: indipendentemente dal livello si avranno dei colleghi con cui dialogare per raggiungere i propri obiettivi. La gestione dei conflitti risulta però più complessa via via che si sale verso l’alto, fino a diventare indispensabile quando si raggiunge il vertice organizzativo. Da un’assenza di allineamento strategico a livello apicale possono infatti derivare ripercussioni a cascata su tutti gli ambiti sottostanti. Durante le riunioni del leadership team è naturale (e giusto) che vi siano disarmonie e confronti ma è altrettanto fondamentale che, una volta prese le decisioni, ci si dimostri coesi verso l’esterno.

La dinamica cambia invece quando la dialettica avviene tra responsabile e collaboratore. Se infatti nei livelli gerarchici iniziali vi è un rapporto quasi sempre orientato al comando-esecuzione (salvo bellissime eccezioni), salendo verso l’alto la relazione diventa meno direttiva. Qui i manager sono chiamati a una visione sistemica e a delegare la gestione più tecnica e operativa agli esperti di funzione.

Equilibrio tra persone e organizzazione

La funzione HR ha il delicato compito di portare equilibrio tra due priorità chiave: le persone e l’organizzazione. Inevitabilmente, questi due sistemi hanno in parte obiettivi differenti ma anche tantissimi punti comuni. Il mestiere dell’HR consiste nell’individuarli e massimizzarli. Se infatti l’azienda riesce a creare le condizioni affinché ciascuno possa esprimere il proprio potenziale, ne beneficiano entrambe le parti.

È in questo equilibrio che si misura la maturità di un’organizzazione: nella capacità di trasformare conflitto e diversità in valore condiviso. La funzione HR, in questa prospettiva, non è un facilitatore neutrale ma un partner strategico del business, chiamato a creare le condizioni affinché il conflitto diventi energia generativa.

*Direttore Accademia di Comunicazione Strategica

**HR Director Sud Europa di Cooper Consumer Health

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