Competitività

Confindustria-Cgil, faccia a faccia sul futuro dell’industria italiana

All’assemblea dei delegati dell’industria del sindacato, il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini ha proposto: «fare debito comune a livello europeo per rilanciare gli investimenti». Per Maurizio Landini: «occorre derogare al Patto di stabilità con misure straordinarie come al tempo del Covid».

di Giorgio Pogliotti

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Faccia a faccia tra il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini e il leader della Cgil, Maurizio Landini sulle proposte da mettere in campo per il rilancio dell’industria. All’assemblea dei delegati dell’industria del sindacato, il numero uno degli industriali e il segretario generale di Corso Italia hanno ribadito le rispettive ricette per superare gli ostacoli alla competitività del nostro sistema produttivo, evidenziando anche alcuni punti in comune.

Il rilancio dell’industria e la questione energetica

«Paghiamo l’energia 2-3 volte di più di altri paesi europei - ha detto Orsini - , per creare le condizioni per abbassare il costo dell’energia la via è il mix energetico nucleare e rinnovabili, nell’immeddiato occorre sospendere l’Ets (il sistema per lo scambio di quote di emissione, ndr) per poi modificare la norma. Per le rinnovabili abbiamo bisogno di costruire un percorso per individuare le aree idonee, semplificando anche i processi per le autorizzazioni». Il contesto preoccupa tutti: «La parola incertezza è una di quella che si respira di più - ha aggiunto Orsini - . C’è lo shock energetico che arriva dalla guerra del Golfo, con tutta le difficoltà di produrre nel nostro Paese. Un mese fa abbiamo presentato un rapporto sostenendo che se la guerra fosse finita velocemente saremmo stati a 0,5%, se si protrae il rischio è la recessione. Insieme dobbiamo governare la transizione questa è la sfida comune».

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Per Landini «l’industria resta un elemento fondamentale di sviluppo ma non ci salviamo se rimaniamo così, confermando lo status quo. Il punto è come trasformiamo il sistema industriale a partire dalla questione energetica, se va avanti la guerra la situazione sarà peggiore rispetto al Covid. La parola sicurezza vuol dire essere anzitutto autonomi sul fronte energetico, la quantità di energia richiesta aumenterà con l’intelligenza artificiale. Serve un piano straordinario di politica energetica. Occorre investire sulle fonti rinnovabili, ci sono 1.700 progetti fermi a causa della burocrazia, si deve attendere mesi per avere le autorizzazioni. Ma questa discussione va fatta coinvolgendo le parti sociali, vogliamo essere protagonisti come parti sociali nella trasformazione industriale».

Il ruolo dell’Europa, le ricette per liberare le risorse

Liberare risorse pubbliche con deroghe al patto di stabilità? Per il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, «è il momento di fare debito comune; credo sia giusto quello che è stato detto ieri» dal minsitro Giancarlo Giorgetti «non si può curare un ferito di guerra con l’aspirina. Servono incentivi alle imprese per superare questo momento. Noi siamo pronti a investire di più, ma abbiamo bisogno di due condizioni: di regole certe – subito i decreti attuativi dell’iperammortamento – e di governare le transizioni. L’Europa deve fare l’Europa. Se c’è qualche Paese che da solo non ce la fa, non possiamo lasciarlo indietro».

Posizioni vicine sono state espresse da Landini, secondo cui situazioni straordinarie richiedono risposte straordinarie: «Occorre sospendere il Patto di di stabilità in Europa. Come al tempo del Covid, quando l’Unione europea si inventò il Pnrr, adesso occorre sospendere il Patto di stabilità per favore gli investimenti pubblici e privati. Serve un ruolo del pubblico penso alla vicenda dell’Ilva che altrimenti non si salva. Va definita una politica industriale nell’Automotive, sindacati e Federmeccanica da circa due anni chiedono di affromtare il tema della crisi del settore a Palazzo Chigi».

La misurazione della rappresentanza contro i contratti “pirata”

Confindustria, Cgil, Cisl e Uil hanno firmato nel 2014 l’Accordo interconfederale per fissare le regole di misurazione della rappresentatività di sindacati e associazioni datoriali, e da mesi sono in corso incontri tecnici per aggiornare l’accordo e verificare se esistono e condizioni per una nuova intesa in chiave di valorizzazione della buona contrattazione, per arginare il fenomeno dei contratti “pirata” che prevedono retribuzioni e condizioni normative penalizzanti per i lavoratori in dumping con le imprese sane. «Il tema del salario affrontiamolo insieme - ha detto Orsini - . Vediamo quali sono i contratti più rappresentativi. Ma la contrattazione deve essere fatta dalle parti sociali, noi non ci dobbiamo trovare con salari fatti con decreto».

Il governo haa rinunciato ad esercitare la delega sulla contrattazione per dare tempo alle parti sociali di trovare un accordo. Per Landini «sulla rappresentanza bisogna fare un accordo entro l’estate, abbiamo la comune volontà di cancellare i contratti pirata, dobbiamo definire nuovi perimetri contrattuali. C’è la volontà delle parti, a partire da Confindustria, ad arrivare ad un accordo. Poi potremmo chiedere al Parlamento, al governo una legge di sostegno per dare certezza all’accordo».

I tavoli di crisi nell’industria coinvolgono 138mila lavoratori

Dal settore dell’acciaio all’automotive, dalla chimica di base all’energia, fino al tessile e moda, si moltiplicano le vertenze e i rischi di dismissione produttiva. Si tratta di crisi che non sono solo aziendali, ma sistemiche, legate anche all’assenza di politiche industriali europee in grado di accompagnare gli obiettivi del Green Deal. Nel corso dell’assemblea dei delegati dell’industria della Cgil è stato sottolineato che le crisi industriali aperte al Ministero del Imprese e del made in Italy coinvolgono 114 aziende (+ 11 rispetto a febbraio 2026) e 138.469 lavoratori (+ 7.434 da febbraio), ma raccontano solo una parte della realtà. Il perimetro reale della crisi è molto più ampio e comprende le decine di crisi gestite dalle Regioni, che sommano ulteriori lavoratori a rischio: per la Cgil si conferma «l’assenza di una politica industriale nazionale capace di governare il processo».

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