Congiuntura

Confindustria: peggiora lo scenario, shock energetico già in atto

Il Centro studi di Via dell’Astronomia: per le imprese rischio bolletta energia da +7 e a +21 miliardi

di Nicoletta Picchio

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Rincari dell’energia, calo di fiducia e aspettative, rialzo dei tassi sovrani: primi impatti della guerra. Peggiorato lo scenario. Sono le prime parole dell’analisi Congiuntura Flash del Centro studi di Confindustria. Il prezzo del petrolio è alto, nonostante la fragile tregua della guerra in Medio Oriente. L’impatto dello shock energetico già si legge in molti dati sull’economia italiana: cade la fiducia delle famiglie, anticipando una frenata dei consumi; risalgono i tassi sovrani; si abbassano le attese sull’industria, che stava provando a risalire; frenano anche i servizi. Reggono gli investimenti che nei primi tre mesi del 2026 sono ancora sostenuti dal Pnrr.

Conto energetico da 21 miliardi se la guerra prosegue

Se la guerra si dovesse protrarre per tutto il 2026, stima il Csc, con un prezzo del petrolio a 140 dollari in media annua le imprese pagherebbero 21 miliardi in più rispetto al 2025 per l’energia e l’incidenza dei costi energetici su quelli totali passerebbe da 4,9% al 7,6%, con un aumento di 2,7 punti percentuali. In questo caso si arriverebbe intorno ai livelli critici già sperimentati nel 2022 (8,3%), non sostenibili dalle nostre imprese, che vedrebbero erosa la loro competitività. Se la guerra finisse a giugno, con un petrolio a 110 dollari in media annua, nell’ipotesi che riprendano i flussi commerciali pre-conflitto e la capacità dei paesi del Golfo resti adeguata a sostenere l’offerta mondiale, le imprese italiane si troverebbero a pagare di più in bolletta 7 miliardi di euro all’anno e l’incidenza dei costi energetici sarebbe più alta di un punto percentuale, salendo dal 4,9% nel 2025 al 5,9 nel 2026.

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Tornando all’analisi di Congiuntura Flasch, il prezzo del petrolio è +40 dollari sulla media di dicembre; il gas si è moderato un po’ in aprile, dopo essere salito a marzo quasi il doppio su dicembre (53 euro mwh su 28). Il dollaro è a 1,16 sull’euro in aprile: non sta aiutando ad attenuare i rincari dell’energia dell’Eurozona.

La curva dei tassi

La guerra sta ampliando gli spread e invertendo la rotta dei tassi sovrani in Europa. Il tasso per le imprese italiane è a 3,33% a febbraio, ma salirà, frenando il credito. La Bce è attesa alzare i tassi a breve, dal 2,00%, per il già avviato balzo dell’inflazione. In Italia è salita meno, +1,7% perché i prezzi di alcuni servizi sono scesi mentre saliva l’energia.

Peggiora la fiducia delle famiglie

Sugli investimenti gli indicatori sono stabili per il primo trimestre, la fiducia a marzo resta invariata, aumenta nelle costruzioni, anche se con minori aspettative. Per quanto riguarda i consumi, la fiducia delle famiglie scende, a marzo è bruscamente peggiorata, con il rischio di aumento del risparmio già nel primo trimestre, frenando i consumi.

Attese negative per le imprese

Per l’industria le attese sono negative: nel primo trimestre la riduzione acquisita è di -0,5%, a marzo il Pmi è in zona espansiva, 51,3 da 50,6, ma l’attività è sostenuta da un accumulo precauzionale di scorte in vari settori, per anticipare aumenti di prezzo. La fiducia delle imprese industriali è in modesto aumento, ma l’impatto della guerra emerge nella brusca flessione delle attese di produzione.

Anche nei servizi è atteso un calo della domanda: con la guerra a marzo l’indice Sp-Pm è caduto bruscamente in zona recessiva, 48,8 da 52,3, riflettendo il calo della domanda. La fiducia delle imprese è salita poco, peggiorano le attese sugli ordini.

Export, rimbalzo delle vendite negli Usa

Per quanto riguarda l’export, le esportazioni di beni sono risalite a febbraio, +2,2% a prezzi costanti, dopo una stasi a gennaio. Cruciale il rimbalzo delle vendite negli Usa, +8% tendenziale dopo mesi di calo, concentrate su farmaci e altri mezzi di trasporto. I nuovi dazi dal 24 febbraio rendono le merci italiane meno competitive rispetto a prima. Un impatto diretto della guerra è atteso sui 22 miliardi di export verso i paesi del Golfo e alcune forniture critiche (alluminio, fertilizzanti).

Nell’Eurozona ci sono segnali di sfiducia, l’incertezza è salita ai livelli dell’aprile 2025. Sono al rialzo le previsioni per gli Usa, mentre frena la Cina.

I timori delle imprese

Sono le tensioni sui costi a preoccupare di più le imprese: nel sondaggio tra le grandi imprese associate a Confindustria, realizzato tra il 18 e il 25 marzo, è stato chiesto di individuare i principali ostacoli legati al conflitto. Sono emersi tre fattori: costo dell’energia, per il 25% di chi ha risposto; i costi di trasporto e/o assicurazione, 21,9%; costo delle materie prime non energetiche, 18,4 per cento. Questa voce assume maggior rilievo in prospettiva, prima fonte di preoccupazione per le imprese, 20,7%, se si dovesse protrarre il conflitto. Seguono il costo dell’energia, 19,4% e i costi di trasporto e/o assicurazione , 15,4 per cento. Tra le ulteriori criticità già evidenti segnalano gli ostacoli alle esportazioni, 11,2% e l’aumento dei costi dei semilavorati, 8,5% (10,3% con la guerra che dura oltre un mese).

Pesa la durata del conflitto. In una prospettiva di più lunga durata della guerra emergono segnale di crescente attenzione anche ai rischi di approvvigionamento di input, cioè alla carenza di volumi. Le imprese che indicano criticità nella fornitura di materie prime aumentano dal 7,4% all’11,3% (questo fattore diventa il quarto rischio atteso). Con un conflitto lungo, aumenta anche la preoccupazione delle imprese per i siti produttivi nei paesi del Golfo coinvolti.

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