Musica

Concerti: la verità, vi prego, su tour annullati e finti sold out

I casi Bresh e Rkomi, il post polemico di Federico Zampaglione e i dati del settore. Che, numeri alla mano, non è affatto scoppiato

di Francesco Prisco

4' di lettura

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«Tutti quanti voglion fare jazz», recitava il testo di una celebre hit degli Aristogatti, recentemente riproposta dai Patagarri. I tempi, rispetto ad allora, sono sensibilmente cambiati: tutti quanti, tra quelli che fanno musica, voglion fare stadi e palazzetti, infrangere la barriera della venue grande, cavalcare la tigre del boom dei concerti che, dalla fine del lockdown a questa parte, ogni anno è un po’ più boom.

Annullamenti, riprogrammazioni, voucher

Sono giorni che leggiamo articoli secondo i quali, qui in Italia, sarebbe scoppiata la famigerata «bolla» dei concerti. In giro ci sono tour annullati, drastici spostamenti di venue e qualche sold out «drogato».

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Bresh e Rkomi, per esempio, hanno annullato i loro tour estivi, uno per motivi organizzativi e l’altro per «scelte artistiche», Eiffel 65 e Benji & Fede hanno rinunciato al Forum di Assago, Tony Effe è stato dirottato dalla Fiera di Rho a Carroponte e persino il tour d’addio dei CCCP, un lungo addio che va avanti ormai da un anno e mezzo, dal Circo Massimo ha dovuto ripiegare sulla Cavea dell’Auditorium di Roma. Da una capienza potenziale di 13mila a quota 3mila spettatori.

Mettici pure il caso Elodie, questa storia dei voucher a 10 euro per riempire San Siro e «Maradona», vette impervie fino a quel momento mai tentate dalla ex concorrente di Amici. Quasi fosse una specie di remake 4.0 dei gloriosi tempi in cui, per spingere un evento non esattamente performante, ci si affidava ai cari vecchi bagarini che, sotto data, facevano secondary ticketing all’incontrario.

La «sceneggiatura» di Zampaglione

Poi è arrivato Federico Zampaglione, frontman dei Tiromancino, uno che in tour negli stadi non ci è mai andato (non che ci sia niente di male: neanche Fabrizio De André, il più grande di tutti, ci andava) eppure, da regista, diffonde sui social una «sceneggiatura», in un post «generico, quindi non riferito a nessuno in particolare ma ad una abitudine che da anni sta distruggendo il meccanismo dei concerti e molte carriere».

Un meccanismo che funzionerebbe più o meno così: c’è un promoter che propone a un giovane artista una grande venue. Se la riempie, nessun problema. Se non la riempie, sarà costretto a lasciare il volante all’organizzatore di eventi che farà come potrà («Biglietti gratuiti, ad un euro, 10 euro, invitiamo tutti i dipendenti di banche, assicurazioni, aziende a noi vicine», sottolinea il cinico impresario).

A pagare sarà il cantante: «Una buona parte dei costi per riempire lo stadio, ad ora vuoto, te li accolli tu», gli dice il manager. «Da questo momento in poi tu vai e fai (per anni) solo quello che ti dico io e tutto ciò che guadagni per un buon 85% è mio, perché devo rientrare», prosegue il racconto di Zampaglione. Che, per un’assoluta casualità, parla alla vigilia dell’uscita dell’edizione celebrativa de La descrizione di un attimo, maggior successo della sua carriera.

Cosa sta succedendo ai concerti

Ma è davvero scoppiata la bolla dei concerti? Partiamo dai numeri, che raramente tradiscono: il giro d’affari complessivo del settore, nel 2023 (ultima annualità disponibile), secondo Siae ha toccato i 967,4 milioni, grazie a un incremento sull’anno precedente del 33,5 per cento. Anche in questo caso vetta mai raggiunta prima nella storia dal comparto. Merito di quella che gli osservatori anglosassoni definscono «hedonistic impatience» del dopo Covid. Merito di grandi tour internazionali come quello dei Coldplay, del solito Vasco Rossi, certo, ma anche di qualche game changer come i Pinguini Tattici Nucleari, due anni fa per la prima volta in tour negli stadi, un fenomeno da un milione di biglietti venduti in un anno.

Il combinato disposto del boom di settore e dell’avvento di nuovi artisti nelle venue grandi deve aver convinto anche i manager più prudenti e i promoter più scettici a osare, tentare il tour nei palazzetti o la data allo stadio per il proprio artista. Il ragionamento era più o meno questo: hai 3,7 milioni di follower su Instagram e 4 milioni di ascoltatori medi mensili su Spotify? Puoi fare San Siro. Il guaio è che il live è uno sport a sé, che follower e ascoltatori streaming non si traducono immediatamente in biglietti dei concerti venduti, che una carriera sul palco si costruisce passo dopo passo, dai circoli Arci a salire. Una carriera sul palco si costruisce con il lavoro, concetto che appare piuttosto raramente nelle «barre» dei nostri artisti urban. Qualcuno, con la sbornia post Covid, forse se lo era dimenticato e, nelle ultime settimane, potrebbe essere andato incontro a un busco risveglio.

No, la bolla non è scoppiata

In ogni caso no, la bolla non è scoppiata: a luglio, come ogni anno, Siae diffonderà infatti l’Annuario degli Spettacoli e le prime indiscrezioni che circolano fanno riferimento a un’ulteriore crescita (!) della spesa del pubblico. Il sentiment delle piattaforme di ticketing, poi, anche sul 2025 è positivo. Gli annullamenti, le riprogrammazioni e i finti sold out ci sono, come in fondo ci sono sempre stati, ma non impattano sul trend generale. I prezzi dei biglietti non c’entrano, il potere d’acquisto neanche. La verità, come spesso succede, è molto più banale di quello che potremmo essere portati a credere.

La verità è che il «tiro» per arrivare a certe ribalte non tutti ce l’hanno. Come è sempre stato e, probabilmente, sempre sarà. E su questo punto sarebbe opportuno che, tra gli addetti ai lavori, ci chiarissimo tutti quanti le idee. Insaponandole con un po’ di numeri e tanta onestà intellettuale.

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