Avventure no limits

Con gli sci sulla neve e con le bombole sotto un lago ghiacciato

Praticare ice diving a 1.300 metri sulle Alpi francesi, a Courchevel. Venti minuti d’immersione sott’acqua senza corde per scoprire fin dove si possono spingere il corpo e la mente.

di Riccardo Barlaam

Cime innevate e immersioni sotto l’acqua ghiacciata: un modo nuovo di vivere la montagna. Courchevel, in Francia, è chiamata “la capitale mondiale dello sci”: conta su 550 chilometri di piste, un’enorme conca bianca che si stende lungo tre valli.

8' di lettura

English Version

8' di lettura

English Version

L’appuntamento è alle 10 del mattino, ai margini del bosco, a Courchevel Le Praz, vicino all’arrivo delle piste da sci. C’è un pianoro che si apre davanti al villaggio alpino, in questo periodo tutto bianco. Neve e ghiaccio. Sullo sfondo si vedono i due trampolini per il salto con gli sci delle Olimpiadi invernali di Albertville 1992. D’estate è un lago dove si va a passeggiare o per un bagno sotto la foresta di abeti rossi. Qualcuno ci viene anche per pescare. Pesci d’acqua dolce, ammesso che ci siano a questa quota.

Siamo a 1.300 metri sulle Alpi francesi, dietro le Aiguilles. I nomi delle cime di qui, che si vedono dopo il monte Bianco se si guarda verso la Francia, sono Aiguille de Chanrossa (3.045 metri), Aiguille de Péclet (3.561 metri), Aiguille du Fruit (3.051 metri). Rocce che bucano il cielo, guglie naturali dalle quali si apre il comprensorio sciistico Les 3 Vallées: Courchevel, Méribel, Val Thorens. “La capitale mondiale dello sci”, così la chiamano, conta su 550 chilometri di piste: un’enorme conca bianca che si stende lungo le tre valli, piena di sole e neve per gran parte della stagione, grazie all’elevata altitudine e alla protezione dei monti circostanti, le guglie.

Loading...

Alcuni momenti dell’immersione di Riccardo Barlaam, giornalista de “Il Sole 24 Ore” e autore di questo pezzo, nel lago ghiacciato di Courchevel Le Praz. L’experience di icediving è stata organizzata da Ultima Hotel Courchevel con Courchevel Aventure.

Il sole non si è ancora alzato sul lago ghiacciato che resta in ombra. Fa freddo, il cellulare segna tre gradi. Le Praz, il lago alpino che si estende lungo tutto il pianoro, ha una profondità di 40 metri nel punto massimo e ora mi appare come una lastra di ghiaccio. Su una sponda trovo il punto di ritrovo di Courchevel Aventure dove mi preparerò per quella che sarà la mia prima esperienza di ice diving, un’immersione subacquea nel lago ghiacciato: è una piccola casetta in legno di 3-4 metri vicino al sentiero che porta alle piste. Dentro c’è movimento. Un ragazzo dal fisico allenato, baffi a manubrio e pizzetto, la coda di capelli rossi rasati, il basco francese calato a virgola sul capo e un sorriso contagioso, armeggia con bombole di ossigeno, respiratori e Gav, i giubbotti gonfiabili ad assetto variabile. Si chiama Samuel Derycker, soprannominato dagli amici Red wolf, il lupo rosso. Rosso per i suoi capelli rosso-arancio, lupo perché – racconta – è cresciuto in un rifugio alpino in Auvergne, lontano da qui. La sua scuola è stata la montagna. Ora fa l’istruttore subacqueo, ma in quota. Accanto a lui una coppia di francesi, Christophe e la moglie, che sono qui per la settimana bianca. Vengono da La Rochelle, Aquitania, sull’oceano Atlantico: lui è appassionato di apnea e voleva provare il brivido – mai espressione è più azzeccata – di immergersi in un lago ghiacciato. Anche per lui è la prima esperienza di questo tipo. Procederemo uno alla volta accompagnati dall’altro istruttore, Richard Dottin, che d’estate lavora come diving master sulla Côte d’Azur vicino a Saint-Raphaël, mentre d’inverno continua a immergersi, ma non nei mari tropicali del Sud, bensì qui, al freddo, sulle Alpi.

Ho sempre amato le immersioni. La sensazione di volare che si ha quando si comincia a scendere con le bombole nei primi 8-10 metri di profondità. Come un paracadutista che si libra non nell’aria, ma nel mare, con la luce del sole che passa a raggi attraverso l’acqua e che, via via che si scende in profondità, diventa meno intensa. Il blu diventa profondo blu.

Credo di aver fatto una settantina di immersioni negli anni, non le conto più da tempo. Ma è la prima volta in un lago ghiacciato, in alta quota. In mare, se hai un qualsiasi problema, con le dovute precauzioni – decompressione, pause durante la risalita – puoi uscire senza grosse difficoltà, si ha una via di fuga. Qui no. Sopra la testa avrò uno strato di ghiaccio spesso una ventina di centimetri, come un cristallo durissimo, impossibile da rompere.

Nella foto a destra, una suite dell’Ultima Hotel Courchevel.

Dovremo entrare e uscire da un buco quadrato di circa un metro vicino alla banchina dove d’estate attraccano le barche a remi. Continuo a pensarci mentre indosso la muta stagna dentro il piccolo chalet non riscaldato. Altro particolare che mi rende poco tranquillo: ho sempre usato le mute tradizionali in neoprene, più semplici da gestire per controllare l’assetto e svuotare l’aria che si forma sott’acqua tra la pelle e il tessuto. Non so come sarà immergersi con queste mute che non fanno penetrare l’acqua e bagnare il corpo, ma che per svuotarsi dall’aria hanno un’enorme manopola da aprire sul braccio.

Richard fa il briefing e ci spiega come procedere. Entreremo uno alla volta dal buco, l’immersione durerà circa venti minuti. Il corpo umano resiste alle temperature estreme per trenta minuti e poi va in ipotermia. Il freddo, dice, potrebbe creare problemi alle dita. Quando ci si immerge, pollice e indice sono indispensabili per chiudere il naso e compensare, spingere l’aria nelle orecchie per evitare traumi con la pressione che aumenta scendendo. Richard ci avvisa che le mani si potrebbero ghiacciare nonostante i guanti in plastica: consiglia, in caso dovessero gelarsi, di usare i due indici dalle due mani per chiudere le narici, senza la necessità di piegare le dita, pollice e indice, di una sola mano.

Una volta in acqua, faremo un percorso a cerchio sotto la superficie. All’inizio saremo legati con un moschettone a una corda di sicurezza, ma a un certo punto Richard ci staccherà e saremo liberi. Ma soprattutto dovremo fare attenzione a non sbagliare direzione per uscire dallo stesso punto da dove ci caleremo.

Il primo a scendere è l’amico francese. Io e la moglie lo aspettiamo, seguiamo le sagome dei due subacquei che si intravedono di tanto in tanto avvicinarsi al ghiaccio sotto di noi. Intanto Samuel mi invita a prepararmi: si avvicina il mio turno. Comincio la vestizione, poi mi siedo da un lato del buco, con le gambe nell’acqua: la temperatura dentro sembra meno rigida rispetto a fuori, e le mani restano gelate.

Lupo rosso mi passa il giubbotto con le bombole e mi aiuta a indossarlo. Il rubinetto della bombola, per evitare il congelamento del primo stadio degli erogatori, va aperto solo all’ultimo momento prima del tuffo. Samuel mi stringe le pinne, mi calo la maschera sul viso. E apre. Prendo uno dei due erogatori e inizio a respirare con la bombola.

L’ingresso in acqua è un momento delicato. Informandomi prima di arrivare qui, ho appreso che la maggior parte dei decessi nelle immersioni in acque fredde è legata a quello che chiamano cold shock: la reazione del corpo al freddo estremo che attiva il sistema nervoso simpatico e che può avere vari effetti, come picchi nella pressione arteriosa, iperventilazione, senso di panico.

A parte il freddo e il timore per il mondo inesplorato che ho davanti, mi sento bene. Cerco di concentrarmi sul respiro e di rallentare il cuore. La tecnica per entrare è quella di girarsi sul corpo e lasciarsi cadere scivolando, un po’ come se fossi un tricheco, per evitare di danneggiare le bombole sul ghiaccio. Così faccio.

Finalmente sono dentro, sotto al ghiaccio. Comincio a muovermi per cercare l’assetto ottimale. Richard con le mani mi chiede come va. Le dita sono ancora calde, faccio segno che è tutto ok. E mentre comincio a pinnare sotto la superficie, attaccato a una sagola che mi tiene legato al ghiaccio, l’istruttore mi aiuta a svuotare la muta e a far uscire l’aria per evitare l’effetto pallone e il rischio di risalire troppo in fretta in superficie, che è la cosa che i subacquei temono di più. Continua ad armeggiare, io lo guardo e respiro cercando di non affannarmi. Il freddo lo sento, soprattutto nelle mani, nei piedi e sul viso, in quella parte di pelle che resta fuori dalla maschera. Tutto sommato è sopportabile: continuo a pensare che fuori faceva più freddo.

Arriviamo al fatidico momento: Richard stacca il moschettone e cominciamo a nuotare nel blu senza la corda di sicurezza. Uno accanto all’altro, ci muoviamo lentamente. Con lo stesso ritmo cerco di respirare. È come se tutto ora fosse al rallentatore. Avvicinandosi al fondale l’acqua diventa verde scuro, come i sassi e lo strato di mucillagine che li copre. Sopra, se giro la testa, è tutto bianco cangiante: il ghiaccio sembra un’opera d’arte contemporanea che cambia aspetto sotto la luce e con i nostri movimenti, mi incanta. Nuotiamo verso il centro del lago. Non sento affanno, continuo a respirare lentamente, sospeso tra acqua e ghiaccio. Continuiamo nel giro circolare seguendo il lago e tornando verso la banchina. Passiamo infine tra i massi e sotto i piloni in cemento che reggono il pontile mentre ci avviciniamo al buco. Usciamo, Lupo rosso mi aiuta tirandomi da sotto le braccia.

Il sole ora si è alzato. Il lago è illuminato e non sento freddo, credo per via dell’adrenalina. Mi godo la sensazione di questo istante magico e il senso di vitalità dopo quest’esperienza estrema. Il mio socio di avventura francese mi abbraccia e sorride, ricambio il calore. Andiamo subito a cambiarci nella casetta e a scaldarci: poche volte mi sono sentito vivo come adesso. La giornata a Courchevel e nei suoi sei villaggi continua. Il sole e le piste da sci mi aspettano.

Mi trovo a Courchevel Moriond, nella parte più soleggiata e meno trafficata di questa località alpina, a est del comprensorio. Ospite dell’Ultima Hotel Courchevel, tredici chalet con una vista a perdita d’occhio sulle montagne e sulla foresta de La Rosière. Un hotel di ville private, da cui si esce direttamente sulle piste, con un servizio puntuale e onnipresente, ma molto discreto: ogni chalet ha cinque camere, quattro bagni, l’ascensore da un piano all’altro. Potremmo essere in dodici persone, invece sono qui da solo a godermi un maggiordomo tutto dedicato a me e uno chef che cucina nello chalet. E poi, le due spa con piscina interna ed esterna, la sala cinema e una boutique di abbigliamento sportivo. Appoggiandosi a Courchevel Aventure, la struttura permette ai suoi ospiti di partecipare a experience come quella che ho vissuto io oggi.

Courchevel è una meta da appassionati della neve, una concentrazione di hotel e ristoranti stellati e ha un piccolo aeroporto accanto ai comprensori sciistici, con una pista corta (525 metri) che finisce nel vuoto come in un film di 007, praticabile solo con piccoli aerei come i Cessna o per gli elicotteri. Ci sono anche quattro lunghe piste battute tra i boschi per salire con gli sci d’alpinismo e poi riscendere a valle, ma anche piste per lo sci da fondo, sentieri per camminare con le ciaspole e i cani, una pista di slittino lunga 2,5 chilometri, cascate di ghiaccio: un comprensorio così ampio che, per quanto frequentatissimo, non c’è mai ressa alla partenza degli impianti o sulle piste. Qui si riesce a preservare quel contatto con la natura, i silenzi e la solitudine che la montagna sa offrire.

Resto fino al tramonto con gli sci ai piedi. Ho sciato tutto il pomeriggio con gli impianti di risalita, ma l’ultima ora me la sono riservata per salire con gli sci d’alpinismo e le pelli dalla pista che dall’Ultima Hotel di Courchevel arriva fino al piano del Belvédère, dove parte un anello per il fondo, e poi sono salito ancora, un passo dopo l’altro, per le Crêtes de Pralin, le creste che costeggiano la valle e il bosco di conifere e arrivano fino al Mont Bel-Air, a quota 2.050 metri, da dove si apre una vista spettacolare verso il Parco nazionale della Vanoise, con il monte Bianco sullo sfondo. Il panorama è unico, l’aria è pura. Aspetto le ultime luci prima di rientrare nello chalet. Mi attende la Spa, in una solitudine contemplativa. A sorpresa mentre sorseggio una tisana dopo una sauna rigenerante, scopro che mi hanno riservato un lungo massaggio alla schiena, con cui termina questa giornata lontana dallo stress, ma piena di scoperte, davvero indimenticabile.

SU MISURA COURCHEVEL AVENTURE, courchevelaventure.com (il costo di una experience di ice diving è di 110 euro per persona). ULTIMA HOTEL COURCHEVEL, ultimacollection.com/our-collection/ultima-hotel-courchevel, chalet da 6.900 € a notte.

Riproduzione riservata ©
Loading...
Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti