Intervista

Con «SchooLol» la risata irrompe tra i banchi

«Nelle nostre scuole si ride troppo poco», dice Federico Taddia autore del libro insieme al fratello Filippo

di Maria Piera Ceci

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«Nelle nostre scuole si ride troppo poco», scriveva Gianni Rodari. «L’idea che l’educazione della mente debba essere una cosa tetra è tra le più difficili da combattere». Nasce da questa riflessione sempre attuale l’ultimo libro di Federico e Filippo Taddia: “SchooLol - risate segrete a scuola”, edito da Mondadori. Una storia a metà fra Diario di una schiappa e libro di barzellette, ambientato in una scuola media in cui tutto è pensato per annoiare studenti e studentesse.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

«Ridere insieme vuol dire capirsi, avere lo stesso sguardo, parlare la stessa lingua, comprendersi, fare squadra, entrare in relazione, condividere una emozione, elaborare un’informazione, spiega Federico Taddia, conduttore di Radio 24 e autore televisivo. «Una risata può portare molta più autorevolezza del rigorismo fine a se stesso».

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La password per entrare nella scuola del libro è Sb4d1gl1. Un scuola dove i presidi che si succedono si chiamano Calapalpebre, Pisolini, Dormibene. Scuola così noiosa che Alexa si finge scarica pur di non rispondergli. È così la scuola italiana? 

Per fortuna la scuola italiana nella stragrande maggioranza dei casi non è così. La mia è una iperbole, un’esagerazione narrativa, per ricordare però che il rischio noia può essere sempre dietro l’angolo e che riuscire a creare in classe un clima divertito, coinvolgente e interattivo può creare una complicità positiva tra alunni e insegnanti. La scuola italiana non è noiosa, ma ci sono insegnanti che a volte danno la ’non noia’ come qualcosa di scontato, quando invece – e maestre e maestri lo sanno bene – è qualcosa da conquistare giorno per giorno.

In “SchooLol” la prof di matematica Gaia Radice si ribella alla scuola della noia e organizza di nascosto una gara di battute e risate a squadre, convinta che «la felicità è uguale alla somma di due sorrisi moltiplicati per la gioia che emanano». Dunque c’è una scuola che resiste?

La scuola che resiste, nel nostro Paese, è tanta. È la scuola che non si rassegna alla burocrazia, non si rassegna alla mancanza di fondi e alle aule brutte, non si rassegna a una didattica stantia, non si rassegna a stipendi da vergogna, non si rassegna a chi pensa alla formazione solo in misura dei voti, dei giudizi e del merito. La scuola che resiste è quella di insegnanti che studiano, sperimentano, si formano, si mettono in gioco, sacrificano energie e tempo, pensano ai loro alunni come persone e non solo come studenti. Si ribellano al “non si può fare più di così” dimostrando che invece “si può fare più di così”.

⁠Nella tua immaginaria scuola media Pier Piero Broccoli è vietato lo sport: tutti fermi e bloccati al banco, canestro del basket foderato di pianta spinosa. Questo in un momento della crescita in cui l’espressione del corpo, la conoscenza del corpo attraverso lo sport e il movimento sono importanti. Si fa abbastanza a scuola da questo punto di vista?

Lo sport, e il movimento, sono tra i grandi assenti nel nostro sistema scolastico. Alunni troppe ore fermi e seduti, pochissime ore di motoria, spesso con personale non accuratamente formato. Così come sono troppo poche le proposte di attività all’aria aperta: dal trekking alla barca vera, il nostro Paese è una palestra naturale, da cui la scuola potrebbe attingere risorse preziose.

⁠Nel tuo libro attraverso la risata si affrontano anche temi importanti come il bullismo. «Se una battuta fa male non è una bella battuta», si legge nel Manifesto dei resistenti della risata. La prof Radice lo spiega chiaramente: «Se fate ridere ferendo non siete comici, siete cattivi». A SchooLol non contano i muscoli, ma arguzia e prontezza di spirito. Quello del bullismo un problema da affrontare con tutte le armi, anche attraverso la lettura?

Il tema del bullismo e del cyberbullismo va affrontato con tutti gli strumenti, anche per dare una cornice al fenomeno. E per dare a ragazze e ragazzi i mezzi per prenderne consapevolezza, riconoscerlo, chiamarlo per nome. Così da offrire possibili uscite di sicurezza. E una risata, così come può ferire, può però anche diventare uno scudo, una risposta, un appiglio. Ed è quello che ho cercato di far vivere dentro a SchooLol.

⁠Altro tema importante il lavoro di squadra, la gara di gruppo, concetti sempre più importanti fra ragazzi che con le nuove tecnologie tendono a isolarsi. Come non criminalizzare i cellulari (vietati a scuola), ma tenere i ragazzi e le ragazze nel mondo reale e non solo virtuale?

Smartphone, social network, intelligenza artificiale: siamo immersi in una rivoluzione e stiamo acquisendo gli strumenti per orientarci. Da comunicatore ed educatore vedo in questo spazio una grande opportunità: perché una vera educazione digitale la si può fare proponendo anche un’educazione all’analogico. Non è vietando i cellulari a scuola che educhi al digitale, ma è proponendo attività alternative, spazi e occasioni e momenti per fare altro. Il mondo virtuale i ragazzi lo frequentano e hanno necessità di avere delle bussole. Ma per poter leggere quelle bussole hanno bisogno di sperimentazioni reali. Ed è lì la sfida del nostro tempo: dare spazio alle esperienza analogiche.

Il tuo libro è ambientato in una scuola media. Proprio in questi giorni si stanno svolgendo gli esami dell’ultimo anno della secondaria di primo grado. Quale suggerimento per prendere rendere questa prova meno ansiogena possibile?

Il mio consiglio personale è quello di cercare di trasformare l’ansia in risorsa: può essere un piccolo alert su quello in cui ci si sente meno preparati, e quindi ci indica dove concentrare un po’ di più l’attenzione. Poi direi anche di viverla comunque come un’avventura, come un’esperienza, come un territorio da attraversare, dove anche gli imprevisti possono comunque arricchire e sorprendere.

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