Quanto valgono le promesse mancate di Apple sull’Ai?
di Alessandro Longo
4' di lettura
4' di lettura
(Il Sole 24 Ore Radiocor) -L’accelerazione del cambio al vertice post covid nelle aziende familiari italiane ha portato con sé anche un’accelerazione nella presenza femminile ai vertici. Un processo lento, ma che sembra essersi messo in moto e passa il testimone alla prossima generazione.
Nei passaggi generazioni avvenuti tra il 2013 e il 2022, con i senior del tessuto delle pmi italiane ma anche delle aziende più grandi che hanno ceduto il timone ai figli, per ogni donna che ha lasciato la guida ne sono arrivate due. Erano meno del 10% dieci anni fa, adesso sono il 22,5% tra la NextGen. “Numeri lontani da una parità – spiega Fabio Quarato, docente Bocconi tra i curatori dell’XVI edizione dell'Osservatorio AUB, promosso da AIDAF (Italian Family Business) -, ma dobbiamo pur sempre tener conto che quando parliamo di nuova generazione imprenditoriale ai vertici parliamo di ultraquarantenni. Il che significa tornare indietro nel tempo. Si tratta di ragazze nate tra gli anni settanta e ottanta che hanno iniziato il loro percorso ben oltre vent’anni fa. Quando non solo non era alta la presenza femminile nelle materie stem, ma anche in facoltà, tra cui economia, in cui oggi il gap è ampiamente superato”.
D’altra parte, secondo il rapporto Women in Business 2024 di Grant Thornton, la percentuale di donne in posizioni apicali a livello mondiale è salita dal 19,4% nel 2004 al 33,5% nel 2024, con un incremento medio dell'1,1% annuo. L'Italia in questo caso fa meglio dell’eurozona, con un 36% di donne manager nel 2024, contro la media de 35%. Dal 2004 al 2024, la presenza femminile ai vertici è raddoppiata (dal 18%), crescendo più della media globale (+14,1%). Ma, al ritmo attuale, la parità di genere nel senior management sarà raggiunta nel 2053.
Se sono ancora solo quasi una su quattro le donne a guidare le imprese italiane per conto della famiglia, sono, però, più brave e più determinate. A dirlo sono i numeri elaborati dall’università Bocconi. Se è vero, infatti, che almeno 7 su 10 tra la nuova generazione di imprenditori al vertice ha almeno una laurea triennale, il dato per gli uomini scende al 65%, contro ben l’84% quando si tratta di donne. Così come se quasi uno su due, il 46%, ha un titolo di studio in ambito economico, il dato sale a quasi due su tre per le donne.
“Anche in questo caso dobbiamo ricordarci che si tratta di un percorso di studio iniziato oltre vent’anni fa. Nel caso delle ragazze si è trattato di un percorso scelto volutamente per entrare in azienda, con la determinazione di voler prendere le redini. In anni in cui la scelta femminile ricadeva ancor più di oggi verso scelte più umanistiche. E in cui intraprendere un percorso con il preciso obbiettivo di guidare l’impresa di famiglia era una novità”, dice Quarato. Resta molto lontano, non a caso, il dato quando si guarda alle materie stem, con lauree in ingegneria tra chi ha preso le redini che vede un 6% di donne contro un 13,8% di uomini.