Giustizia

Decreto sicurezza 2026, così gli avvocati dei migranti rischiano l’indipendenza

Il decreto introduce un incentivo economico agli avvocati in caso di rimpatrio del cliente, con il rischio di un conflitto di interessi e la violazione dei principi costituzionali

di Carlo Melzi d'Eril e Giulio Enea Vigevani

 (Adobe Stock)

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I decreti legge sicurezza si ripetono con costanza ormai annuale e l’unica sicurezza che forniscono riguarda la consapevolezza che vi sarà almeno qualche disposizione fuori dal perimetro costituzionale.

Questa sconfortante caccia al tesoro è particolarmente facile per il “decreto sicurezza 2026” , grazie all’ultima “trovata” normativa della maggioranza. L’art. 30 bis del decreto legge, già approvato al Senato e che entro il 25 aprile (il diavoletto del calendario sembra divertirsi con le ricorrenze), dovrà essere convertito definitivamente dalla Camera pena la decadenza, prevede una disposizione che lascia letteralmente sconcertati, come ha scritto l’Associazione nazionale magistrati.

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È stabilito che se una persona migrante accetta il rimpatrio e davvero poi viene espulsa, il suo avvocato, con regolare nomina, può ricevere l’equivalente in denaro di quanto lo Stato avrebbe elargito per legge al suo cliente per le prime spese.

Una simile previsione, prima ancora che scontrarsi frontalmente con più di un principio costituzionale, costituisce un vero e proprio scandalo culturale. Il ruolo del difensore, in un qualsiasi ordinamento che voglia dirsi civile, prima ancora che democratico, è caratterizzato da una regola intangibile: il legale agisce solo ed esclusivamente nell’interesse del cliente, cercando di ottenere, nel rispetto delle regole sostanziali e processuali, il miglior risultato dal punto di vista dell’assistito. Il professionista non deve avere altro scopo e non può assumere ruoli in contrasto con tale obiettivo tanto che, in caso contrario, rischia di commettere il reato di infedele patrocinio.

L’emendamento approvato dal Senato sembra essere appunto un’apologia dell’infedele patrocinio, come ha subito notato l’Unione delle camere penali. Ma, al di là della (felice) battuta, con questo precetto il legislatore mostra di ignorare, o di voler far fibrillare fino all’arresto, il cuore della funzione difensiva. Con la proposta di remunerare il legale con i danari che sarebbero spettati al suo cliente, lo Stato tenta, in modo persino volgare, di interporsi nel rapporto professionale di fiducia, ingolosendo l’avvocato con la promessa di una retribuzione se l’assistito si comporta in linea con gli interessi dell’attuale maggioranza politica.

Che questa operazione sia destinata a riuscire o a fallire, in ogni caso è il tentativo a lasciare interdetti. Il governo così semina la mala pianta di “un’avvocatura di Stato” che pur essendo formalmente al servizio della persona, è indotta a seguire le linee guida dell’esecutivo, anche quando esse siano in contrasto con la volontà e il “bene” del patrocinato.

Si tratta di una deformazione notevole della identità di uno dei protagonisti degli ingranaggi della giustizia. Una deformazione che, se approvata, non tarderà a creare vibrazioni malsane nel sistema, minando la fiducia nel rapporto fra legale e assistito, giustificando altri interventi nel solco della creazione di un’aberrante classe forense prona al potere, usando la leva economica per condizionare (in sostanza comprare) le scelte difensive, indirizzandole a tutela di una parte politica.

In questo panorama lunare e depressivo, vi è una sola alba a cui guardare. Come accennato, ANM e Camere penali (ma anche il Consiglio nazionale forense) sono insorti, censurando con parole di pari severità questo sfregio. Dopo le divisioni, anche feroci, della recente campagna elettorale per il referendum, è confortante prendere atto che esiste una classe di giuristi che vibra all’unisono quando il legislatore minaccia uno dei pilastri del sistema. La speranza, quindi, è quella di riuscire a ripartire da qui, dalla condivisione dei principi, per discutere delle possibili soluzioni ai molti problemi veri e seri che connotano l’amministrazione della giustizia. “Certo”, ci suggerisce una vocina mefistofelica, “poi bisogna trovare un legislatore che le approvi…”.

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