Comprimere i tempi pesa su percorsi formativi e autorealizzazione
di Andrea Beretta *
4' di lettura
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Uno degli effetti di questi dodici mesi di remote e/o smart working è che si è ridotto e compresso a dismisura il tempo delle sessioni formative. Mi spiego meglio: fino a febbraio del 2020, per attività di formazione su temi di people management e/o su competenze dell’area sales, a seconda degli obiettivi, del profilo delle persone coinvolte, del tema trattato e delle competenze su cui intervenire, in genere si aveva la disponibilità di almeno una giornata, talvolta due. Scrivo “in genere”, perché le situazioni non sempre erano identiche.
Ma quando l’obiettivo era attivare un contesto formativo non per sensibilizzare o ingaggiare le persone, bensì per promuovere, attivare o consolidare comportamenti diversi rispetto al passato, consuetudine voleva che quello fosse il tempo a disposizione per lavorarci. Una consuetudine diffusa, ogni tanto minacciata da esigenze di efficienza o da richieste di contenimento dei costi, ma considerata prassi consolidata anche alla luce dei benefici che era in grado di generare.
Oggi, con frequenza sempre maggiore, capita che arrivino richieste di lavorare su situazioni simili (per target, temi, competenze e profili delle persone coinvolte) con un tempo a disposizione decisamente inferiore: mezza giornata, quando va bene; spesso un paio d’ore, ovvero un quarto di giornata. La motivazione più diffusa è che le persone cui è rivolta l’attività formativa non sarebbero in grado di reggere un’intera giornata di distance learning, proprio perché gestita interamente a distanza e tramite device.
L’aspetto curioso di questa richiesta è che è accompagnata dalla presunzione che persone per decenni abituate a partecipare ad attività formative con modalità completamente differenti (aule in presenza), dovrebbero trarne uguale beneficio con la metà o un quarto del tempo a disposizione; senza avere ancora familiarizzato con le nuove modalità (ci sono ancora persone che non trovano la chat di teams) oppure senza avere ancora le dotazioni necessarie per un’efficace partecipazione (pc senza webcam o simili).
Queste ultime due ragioni dovrebbero indurre le aziende, o almeno i responsabili della formazione, a garantire alle persone il doppio del tempo rispetto al passato affinché le attività di formazione generino i cambiamenti auspicati. Ma questo pensiero, oggi, è vissuto dai più come un’inutile provocazione. Perché? Il dubbio è che dietro a questa tendenza a ridurre i tempi da dedicare alle attività formative si celi un desiderio diffuso di iperefficienza che, in futuro, potrebbe far guardare alla formazione come a un tempo e a uno spazio da ridurre o da contenere perché rallenta (interrompendola de factu) la produttività delle persone.








