Competenze per l’inclusione in azienda oppure cambio di paradigma?
Occorre andare oltre l’intuizione che la diversità è una leva di valore, e strutturare le organizzazioni per supportare le diversità nei vari ambiti
di Marco Maglione *
4' di lettura
4' di lettura
Sempre più spesso, fortunatamente, si sente parlare di inclusione, e non solo come “dovere etico-morale”, ma anche come “leva di business”. In particolare, le organizzazioni che investono in questa direzione e con questo scopo aumentano di giorno in giorno. La diversità “paga”, lo certifica un recente rapporto della McKinsey dal titolo “Why diversity matters”, il quale evidenzia come le aziende nel primo quartile per diversità (razziale ed etnica come base) hanno il 35% di probabilità in più di ottenere rendimenti finanziari superiori alle rispettive mediane nazionali del settor e.
L’11 settembre di quest'anno Newton ha organizzato (necessariamente in streaming, stavolta,) la seconda edizione dell’evento Global Inclusion, iniziativa tra l’altro premiata col riconoscimento della Medaglia d’Oro dalla Presidenza della Repubblica.Nel contesto odierno, che cambia sempre più rapidamente e non solo a causa del Covid-19, dell’immigrazione e della globalizzazione, il tema della diversità e dell’inclusione ha assunto una valenza strategica ed è, appunto, sempre più spesso approcciato in ottica “business-driven”.
Le aziende hanno istituito nuovi ruoli, i Diversity&Inclusion Manager, ed anche i modelli di competenza sono stati oggetto di una revisione, di un “tagliando” potremmo dire, alla luce di questa nuova ed accresciuta centralità dell'inclusione.Quindi, Diversity Management e Global Inclusion sono diventate competenze chiave da includere nei profili ideali di molti ruoli manageriali. La declinazione di tali competenze in comportamenti ed atteggiamenti, ovviamente, differisce da organizzazione ad organizzazione, ma il fine ultimo rimane costante.
Questo trend, se così possiamo chiamarlo, apre però una nuova “finestra di riflessione”. La domanda è se non si stia ricadendo, seppure con scopi e finalità meritevoli, nell’errore congenito a tutti i modelli di competenza. Cioè l’idea di fondo, o l’assioma, se così vogliamo chiamarlo, che esista un profilo ideale al quale tendere, e che, quindi, si debba investire in training e coaching per migliorare il livello posseduto di tutte, o quasi, le competenze previste dal proprio profilo manageriale, qualunque esso sia.
Se questo approccio può dirsi e rivelarsi alquanto utile per quanto riguarda le cosiddette “competenze professionali”, e cioè quelle specifiche e distintive del ruolo in oggetto, altrettanto potrebbe non essere per le competenze più spiccatamente manageriali, tra le quali credo debba inserirsi anche quella del Diversity&Inclusion, se non altro per le ragioni precedentemente evidenziate.







