Competenze e integrazione per riaccendere il motore demografico dell’Italia
di Paolo Bellotto*
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Dopo anni in cui abbiamo dibattuto di immigrazione nel nostro Paese (se fosse necessaria, quanto e come), siamo oggi arrivati ad un punto: l’Italia non soffre di un eccesso di presenza migratoria; soffre di una carenza di valorizzazione del capitale umano.
Lo chiarisce il “Rapporto sullo stato dell’integrazione degli immigrati” realizzato dall’OCSE con il supporto del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali presentato nei giorni scorsi a Roma. Partiamo da un dato strutturale: nove stranieri su dieci in Italia hanno tra i 15 e i 64 anni contro appena il 60% della popolazione nata in Italia. Aritmeticamente, questo significa che, senza immigrazione, è impossibile tenere la tenuta demografica e produttiva del Paese.
Eppure, l’integrazione lavorativa resta incompleta e distorta. Il tasso di occupazione degli stranieri in Italia è relativamente alto (65% per i nati nella UE, 63% per i nati fuori dalla UE) ma oltre un quarto lavora in professioni non qualificate; la quota supera il 29% tra i non comunitari e arriva al 41% nel Sud, contro la media europea del 20%.
Questo significa che esiste una concentrazione strutturale degli immigrati nei segmenti meno qualificati del mercato del lavoro ma anche, ben più grave, che stiamo sprecando competenze. Molti dei lavoratori stranieri già presenti nel Paese possiedono titoli e competenze superiori rispetto alla mansione che ricoprono. Il problema è, dunque, duplice: attrarre talenti dall’estero e valorizzare quelli che abbiamo già.
Questa evidenza fa il paio con un altro dato: solo il 30% degli immigrati residenti da meno di dieci anni in Italia ha partecipato a un corso di lingua dopo l’arrivo. In Germania e Austria la quota supera il 70%. Parrebbe un mero dettaglio tecnico ma è il cuore del problema: la normativa italiana sulla sicurezza sul lavoro (D.Lgs. 81/08) richiede che la formazione obbligatoria sia comprensibile al lavoratore. In assenza di percorsi linguistici strutturati prima dell’ingresso, questo requisito diventa un ostacolo operativo per le imprese e per i lavoratori stessi. Mentre in altri contesti europei sono stati messi in piedi corridoi formativi strutturati già nel paese d’origine, in Italia l’intervento sul tema resta ancora molto debole, limitandosi ai corsi FORMATEMP di lingua attivati prima della partenza.








