Tecnologia & formazione

Competenze digitali, il grande mismatch che rallenta la trasformazione italiana

Il rapporto di Anitec-Assinform e Talents Venture evidenzia un gap tra domanda di competenze digitali e offerta nel mercato italiano

di Pierangelo Soldavini

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Cosa farà mai il data ethics analyst? E il container infrastructure engineer o il performance data analyst? Al di là del fatto che siano genericamente analisti o ingegneri, difficile dire in che cosa consistano queste professioni. Eppure sono tre nuove competenze che sono richieste sul mercato del lavoro, dalle caratteristiche particolarmente delicate: la prima punta sulla gestione dei rischi etici legati all’utilizzo dell’intelligenza artificiale, la seconda è relativa alla supervisione e utilizzo delle infrastrutture virtualizzate, del genere “digital twins”, e l’ultima si occupa del miglioramento dei processi aziendali.

Sono solo tre esempi di competenze richieste all’interno delle nuove aziende 4.0 o 5.0 che dir si voglia. La trasformazione digitale accelera, ma il capitale umano fatica a tenere il passo: a mettere il dito nella piaga è il rapporto messo a punto da Anitec-Assinform e Talents Venture per il 2025. “L’Italia delle Nuove Competenze: innovazione, lavoro e futuro” – questo il titolo – torna a evidenziare, dati alla mano, come la domanda di professionisti nel settore Ict da parte del mondo delle imprese stia crescendo molto più rapidamente della loro disponibilità effettiva. Non è una novità, ma l’accelerazione tecnologica mette l’economia italiana, e in particolare il settore industriale, di fronte a una sfida cruciale: acquisire, trattenere e formare quelle competenze digitali avanzate senza le quali non è possibile sostenere la competitività del Paese nei prossimi anni.

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Il rapporto si basa sul censimento degli annunci su Linkedin in area Ict, che hanno superato quota 136mila nel corso del 2024, crescendo di quasi altri 90mila nei primi nove mesi 2025, confermando una domanda in forte espansione. Al contrario, l’offerta di laureati e diplomati con competenze tecnologiche adeguate rimane ridotta, non solo in termini quantitativi ma anche in termini qualitativi: chi entra nel mercato del lavoro spesso non possiede le competenze digitali che le imprese realmente richiedono. Ed è proprio questa divergenza a definire il mismatch di competenze, diventato uno dei principali fattori di freno per la crescita.

Le nuove competenze

Le imprese italiane chiedono sempre più figure capaci di operare su tecnologie emergenti. È vero che le tre competenze più richieste sono in qualche modo “tradizionali” in ambito digitale: sviluppatore software, It project manager e software engineer. Ma quello che emerge è la necessità di un capitale umano capace di muoversi in ecosistemi digitali complessi, di gestire dati e piattaforme e di contribuire alla progettazione e alla governance di soluzioni innovative.

Inizia così a vedersi la spinta dell’intelligenza artificiale, con particolare attenzione agli sviluppi dell’AI generativa: tra le dieci skill a più rapida crescita irrompe così il prompt engineering, con un balzo del 112% delle posizioni aperte. Ne campo contiguo dei dati diventano cruciali le competenze legate alla data science, al data engineering e analytics.

Ma anche la cybersecurity registra tassi di crescita a doppia cifra (+70% per il cybersecurity engineer) e uno dei più ampi gap tra offerta e domanda. Alla stessa stregua cloud ed edge computing rappresentano oggi competenze necessarie per la fabbrica digitale e la modernizzazione delle infrastrutture It, così come lo sviluppo software e DevOps sono indispensabili per costruire e mantenere sistemi applicativi flessibili.

Ci sono poi competenze multidisciplinari che diventano sempre più indispensabili all’interno delle aziende per integrare tecnologie, processi industriali e capacità gestionali. Così a crescere non sono solo i profili iper-specializzati, ma anche le richieste di competenze digitali per professioni non Ict, ma che si confrontano con il digitale: project manager, tecnici di processo, esperti di supply chain e operatori industriali si trovano oggi a lavorare con piattaforme digitali, sensori, robotica 5G e strumenti embedded di AI. La digitalizzazione non è più confinata ai reparti IT: riguarda l’intera organizzazione.

Il tallone d’Achille delle competenze di base

Accanto alle competenze avanzate, il rapporto sottolinea un nodo strutturale ancora più rilevante: la fragilità delle competenze digitali di base della popolazione italiana. Questo è oggi uno degli elementi che più ci distanzia dalla media europea e limita la capacità del Paese di generare professionalità avanzate. I dati europei mostrano una situazione chiara: l’Italia è stabilmente in coda per diffusione delle competenze digitali di base tra cittadini e lavoratori, a partire da quelle più elementari, come la suite di Office.

Questo significa che una parte significativa degli adulti ha difficoltà a usare strumenti digitali in modo consapevole, il bacino da cui possono emergere competenze specialistiche è più ristretto rispetto ad altri Paesi, le imprese devono investire in formazione interna anche per attività considerate elementari, sottraendo risorse alla crescita su skill avanzate, la digitalizzazione dei processi produttivi è più lenta perché incontra resistenze culturali e operative.

Il risultato è un circolo vizioso: poche competenze di base generano poca specializzazione e poca specializzazione genera bassa competitività. Con il rischio che l’Italia resti ai margini delle catene del valore tecnologico globali proprio nel momento in cui nuovi trend — AI, cloud, automazione intelligente — stanno ridisegnando il mercato del lavoro.

Come colmare il gap

Il rapporto sulle nuove competenze prova anche a individuare percorsi per tamponare questo mismatch evidenziando un punto chiave: non basta aumentare il numero di laureati Stem, ma occorre allineare i percorsi formativi ai fabbisogni reali delle imprese. Oggi questo allineamento è ancora parziale. Le aziende cercano profili con competenze operative e aggiornate, ma scuole e università — con alcune eccellenze — si muovono ancora a velocità insufficiente rispetto al ritmo dell’innovazione.

Servono interventi su più livelli. Si tratta di innovare i programmi formativi inserendo moduli pratici su AI, cybersecurity, cloud, sviluppo software, rendendo sistemica la collaborazione con le imprese e rafforzando la componente degli Its Academy, che hanno tassi di occupazione molto elevati ma sono ancora troppo pochi.

È inoltre necessario ampliare il bacino di talenti incentivare la partecipazione femminile alle carriere tecnologiche, aumentando l’orientamento nelle scuole secondarie e sostenendo politiche per attrarre talenti stranieri e trattenere quelli italiani.

Nel mondo del lavoro diventa urgente spingere una formazione continua, in grado di tenere il passo di competenze in continua evoluzione: con tecnologie che cambiano ogni 12–18 mesi, la skill davvero fondamentale è oggi la capacità di aggiornarsi. È quindi necessario che aziende e lavoratori investano in reskilling e upskilling, si sviluppino piattaforme di formazione accessibili e flessibili e si valorizzino allo stesso tempo i percorsi brevi e modulari, che permettono di aggiornare rapidamente le skill operative.

Tutta questa strategia rimane un’arma spuntata se non si riesce a creare un ecosistema virtuoso ed efficace tra impresa, università e formazione professionale. Il modello vincente non è verticale ma reticolare: ricerca, imprese, startup, centri tecnologici e istituti formativi devono collaborare in un continuum in cui la conoscenza circola, si sperimenta e si adatta ai bisogni reali.

La trasformazione digitale non è un fenomeno neutrale: crea opportunità enormi ma richiede competenze solide e aggiornate. Il rapporto Anitec-Assinform e Talents Venture mostra chiaramente che la distanza tra domanda e offerta di skill digitali è uno dei principali ostacoli alla competitività del Paese. Colmare questo gap non significa soltanto formare più esperti Ict, ma costruire un Paese in cui le competenze digitali — di base e avanzate — siano diffuse, aggiornate e al servizio dell’innovazione.

È una sfida nazionale, ma anche una grande occasione: riportare l’Italia al centro della nuova economia digitale globale.

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