Trasporto aereo

Compagnie aeree, lo shock iraniano manda in stallo i conti trimestrali

Da Air France-KLM a Lufthansa il settore svela i risultati dei primi tre mesi nel caos carburante che, secondo Bank of America potrebbe portare a un rialzo dei biglietti del 5% in Europa.

di Mara Monti

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La stagione dei risultati trimestrali delle compagnie aeree europee inizia in una delle fasi più turbolente degli ultimi anni, la peggiore dalla pandemia del 2020. Ad aprire le danze, presentando i risultati del primo trimestre il prossimo giovedì, sarà il vettore franco-olandese Air France-KLM, che dall’inizio della guerra in Iran ha aumentato di 50 euro il prezzo dei biglietti come contributo carburante. A sua volta, l’olandese KLM ha cancellato 80 voli di andata e ritorno dall’aeroporto di Schiphol ad Amsterdam, mentre la scandinava SAS ne ha cancellati mille a causa dell’aumento del costo del carburante.

Drastica anche la tedesca Lufthansa che, a causa di una serie di scioperi che hanno aggravato la crisi, ha messo la parola fine alla divisione CityLine, ritirando 27 aerei e riducendo la capacità sul resto della rete: via i velivoli più vecchi e meno efficienti, come alcuni Boeing 747, noti per l’elevato consumo di carburante. Il risultato è stata la riduzione di 20mila voli a corto e medio raggio entro ottobre, una decisione che equivale a circa l’1% di capacità in meno sul mercato. La compagnia tedesca ha inoltre annunciato una nuova tariffa Economy Basic sui voli di linea, che prevede di portare a bordo gratuitamente soltanto una piccola borsa, mentre il trolley sarà a pagamento.

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Gli effetti del conflitto sul settore aereo, inizialmente limitati all’area del Golfo e del Medio Oriente — con la chiusura dello spazio aereo e la cancellazione di migliaia di voli — si stanno ora propagando a macchia d’olio. Le compagnie reagiscono in ordine sparso all’aumento del costo del carburante, raddoppiato dall’inizio della guerra, sperando che si tratti di un fenomeno temporaneo e cercando soprattutto di resistere, perché la situazione è fluida e le notizie si contraddicono di giorno in giorno: dall’apertura o chiusura dello Stretto di Hormuz alle ipotesi di tregua tra Iran e Libano. Questo scenario manda in confusione gli analisti, costretti ad aggiornare continuamente le previsioni.

Pesano come un macigno le incertezze sull’approvvigionamento di carburante, che potrebbero diventare critiche se il cessate il fuoco non dovesse reggere e se il traffico navale attraverso lo Stretto di Hormuz — da cui l’Europa si rifornisce di circa il 40% del carburante per aerei, secondo le stime del settore — dovesse rimanere limitato. A metà aprile, l’AIE (Agenzia internazionale per l’energia) ha comunicato che le scorte di carburante per aerei in Europa sarebbero sufficienti solo per sei settimane. Ciò fa eco alle osservazioni dell’ACI, l’associazione degli aeroporti europei, secondo cui la carenza potrebbe iniziare già a maggio.

Nonostante questi allarmi, gli analisti restano fiduciosi sul fatto che la guerra possa terminare relativamente presto, anche perché Donald Trump è alla ricerca di un accordo per non pregiudicare le elezioni di midterm. Tuttavia, anche se il conflitto terminasse domani, ci vorranno mesi prima che la situazione torni alla normalità.

Nell’attesa di capire gli sviluppi, i risultati del primo trimestre saranno l’occasione per fare il punto, benché i dati non registrino ancora pienamente l’impatto dell’impennata dei prezzi del carburante. Questo perché le compagnie aeree europee hanno una copertura tra il 70% e l’80% contro il rischio di aumento del costo del jet fuel; per la quota non coperta (tra il 20% e il 30%), la liquidazione fisica avviene con ritardo. Ciò significa che i costi del carburante di marzo, ultimo mese del trimestre, si basano ancora sui prezzi prebellici.

La conferma di questa dinamica arriva dal Ceo di Ryanair, Michael O’Leary, che in un incontro ha spiegato come la compagnia low cost sia coperta per l’80% fino a marzo 2027 al prezzo di 67 dollari al barile, grazie a contratti sottoscritti prima del 28 febbraio, data di avvio della missione «Epic Fury». Il restante 20% di carburante non coperto è stato valutato a marzo ai prezzi di riferimento di febbraio, quindi pre-conflitto, pari a 75 dollari al barile. Ad aprile, invece, il prezzo di riferimento è stato quello di marzo, in pieno conflitto, salito a 150 dollari al barile: un aumento che è costato circa 50 milioni di dollari in più in un solo mese. La compagnia stima che, se i prezzi dovessero restare a questi livelli, il costo aggiuntivo del carburante per i prossimi 12 mesi potrebbe raggiungere i 600 milioni di dollari.

Al di là del conflitto, i primi tre mesi dell’anno sono tradizionalmente i più difficili per le compagnie aeree, poiché i viaggi diminuiscono dopo la pausa natalizia. Considerando che il conflitto è iniziato il 28 febbraio — limitando quindi a un solo mese gli effetti nel trimestre — gli analisti di Bank of America hanno ridotto del 9% le previsioni sull’EBIT trimestrale, ma restano fiduciosi sul resto dell’anno, ritenendo che «i tagli di capacità sosterranno le tariffe in risposta all’aumento del prezzo del carburante». In questa prospettiva hanno alzato le stime dei ricavi del 2% per il 2026, ipotizzando una crescita del 3-4% dei ricavi unitari sull’anno. Di quanto dovranno aumentare le tariffe per coprire questi costi? Bank of America stima che i prezzi dei biglietti in Europa debbano salire di circa il 5% per compensare il caro carburante, con un impatto più marcato nella seconda metà dell’anno, quando le coperture finanziarie giungeranno a scadenza.

L’Europa resta relativamente ben posizionata, in quanto preferita rispetto a mete esotiche considerate più incerte. Tuttavia, le prenotazioni a breve termine restano al di sotto dei livelli dello scorso anno a causa delle tensioni geopolitiche, mentre per i mesi estivi centrali la domanda si conferma solida: chi ha già scelto la meta tende ad acquistare subito il biglietto per evitare aumenti successivi.

Nonostante ciò, l’aggiornamento di easyJet — che ha stimato una perdita tra 540 e 560 milioni nella prima parte dell’anno, in linea con il consensus — ha suscitato nuove preoccupazioni sulla domanda e sulle tariffe del picco estivo. Tra i vettori legacy, chi è esposto sul Nord Atlantico e sul Sud America e meno sull’Asia, come IAG (British Airways e Iberia), risente meno delle tensioni nel Golfo ed è quindi relativamente al riparo.

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