Come sopravvivere alla crisi e tornare tutti a teatro
Sale svuotate, eventi annullati, incertezza sul futuro. Colpito al cuore da chiusure e distanziamenti, quello dei palcoscenici è stato forse il settore più travolto dall'emergenza Coronavirus. Il nostro viaggio tra le compagnie italiane più di ricerca, che non demordono e si attrezzano per tornare in scena
di Matteo Torterolo
5' di lettura
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Nella sofferenza generale post-Covid, c'è un ambito della cultura italiana che per sua stessa natura sta vivendo un autentico calvario. Insieme alla musica, il teatro è la forma artistica che forse più di ogni altra trova la sua ragion d'essere nella presenza, in contrasto con ogni forma di virtualità possibile. Esiste certo un numero crescente di esempi di interazione del teatro con l'universo digitale: alcuni tra i più interessanti protagonisti della scena contemporanea si confrontano costantemente proprio con la dimensione tecnologica e le sue infinite declinazioni, basti pensare al celebre Uncanny Valley di Rimini Protokoll, al raffinato Joseph del nostro Alessandro Sciarroni, all'inedita escape room teatrale WER IST WER Z firmata We Are Müesli fino ai più recenti esperimenti con la realtà virtuale nati dalla collaborazione tra l'Accademia Teatrale di Firenze e la Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa. Tuttavia, se è nell'ordine delle cose confrontarsi con la “smaterializzazione” imperante, è chiaro che la scena non possa essere sostituita interamente dal suo simulacro, pena la perdita del senso stesso dell'esperienza teatrale. La sfida che il mondo del teatro si trova ad affrontare in questa seconda parte del 2020 è vitale, ed è una sfida per la sua stessa sopravvivenza.
C'è da chiedersi quali siano, nella mancanza cronica di indicazioni chiare da parte della politica, le strategie di sopravvivenza messe in atto dagli “attori” del settore in questi mesi convulsi. Dal momento che il mondo del teatro italiano è oggi ancora straordinariamente – e inaspettatamente – vitale e multiforme, abbiamo scelto di tralasciare volutamente l'ambito istituzionale degli Stabili per dirigere il nostro orecchio verso quelle voci indipendenti – più o meno storiche – che nutrono e alimentano il tessuto vitale di questo mondo.
Tra spazi che chiudono in giro per la Penisola, eventi annullati e realtà che restano sospese in attesa dell'autunno, la prima cosa che colpisce è che lo spirito si mantiene, nonostante tutto, positivo e propositivo, mentre resiste una voglia di rilancio che a volte si accompagna, e si oppone criticamente, allo spaesamento e alla mancanza di fiducia nel sistema. «Si naviga a vista», ci dice Marco Mazzon di Kinkaleri, protagonisti della ricerca italiana a partire dalla metà degli anni Novanta. «Questo post lockdown sembra ancora più incerto del lockdown, niente riparte e tutto riparte, le nuove direttive spaventano la riattivazione dello spettacolo dal vivo, ma sono convinto che, come tutto il resto, una volta riattivato, le regole verranno superate. In un sistema così caotico e ipocrita, puoi solo continuare a seguire la tua strada ancora più determinato di prima».
Si spinge più in là Tommaso Bianco di Kronoteatro, compagnia che dall'insospettabile Albenga ha saputo affermarsi tra le realtà da tenere d'occhio nel panorama nazionale, grazie a un attento lavoro di produzione e di programmazione (in particolare con il festival Terreni Creativi): «È banale dire che ogni crisi è un cambiamento, ma forse il futuro che ci aspetta è oggi più che mai nelle nostre mani. Dovremo ripartire (volenti o nolenti) dall'essenziale, dovremo rivendicare il diritto a tempi lunghi di produzione, chiedere che venga preso maggiormente in considerazione il lavoro di radicamento su un territorio e, infine, ribadire il nostro ruolo nella società come lavoratori». Quel che pare certo è che si possa, anzi che si debba cambiare. Perché tornare al mondo di prima sarebbe una scelta suicida. «Come vedo il futuro?», si domanda Barbara Boninsegna, Founder e Direttrice Artistica di Centrale Fies a Dro, da quarant'anni sede di uno dei principali appuntamenti con le arti performative in Italia. «In generale, so di certo che lo vorrei diverso dal passato, più equo, migliore. Per quanto riguarda Centrale Fies, credo che il futuro sia l'adesso. C'era già nell'aria un cambiamento. Avremmo voluto festeggiare questo quarantennale con l'addio al festival per come lo abbiamo conosciuto finora, dando il via a una programmazione più estesa nel tempo che raccogliesse i molti progetti che già erano presenti all'interno di Centrale Fies, un nuovo formato che rompesse la “one shot” estiva. Lo pensavamo un processo un po' più lento, da sviluppare appunto “in futuro” e di cominciare a raccontarlo con quest'ultima edizione di festival. Bene, diciamo che Covid-19 ha accelerato questo processo».
Il virus come acceleratore? Senza esagerare con i paradossi, la sensazione condivisa è che questa pandemia possa rappresentare in qualche modo un'occasione preziosa per scardinare logiche antiche e mortifere. «In questo periodo», ci dice Riccardo Olivier di Fattoria Vittadini, collettivo milanese “fluido” e punto di riferimento nel panorama nazionale della danza emergente, «abbiamo trovato nuove energie, nuovi stimoli. Incrementare il confronto con la città in cui si vive, con le diversità che la abitano è la ricetta migliore per crescere e far crescere. Il futuro lo vedo come un pericolo e una possibilità insieme: siamo in un momento in cui possiamo provare seriamente a sistemare alcune problematicità strutturali del nostro lavoro. Non è detto che riusciremo a farlo, ma dobbiamo puntare al rinnovamento. Questo futuro è, e deve essere, anche una chiamata alla responsabilità». «D'ora in poi», gli fa eco Tommaso Bianco, «procederemo, ancor più di prima, a piccoli passi, medi investimenti. Dovremo operare scelte di ridimensionamento e sfrondamento, cercando di andare all'essenziale del nostro lavoro tanto nell'ambito dell'organizzazione degli eventi quanto in quello della creazione artistica, aprendoci ai nuovi linguaggi, piegando la necessità a punto di forza e ri-immaginando la posizione del nostro mestiere nella società e nei rapporti con le istituzioni».











