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Può sembrare insolito affiancare le nanotecnologie al patrimonio culturale, eppure, è proprio nell’incontro inaspettato tra passato e futuro che si concentra il lavoro del Center for Cultural Heritage Technology (Ccht) di Venezia, che coordino, uno degli undici centri satellite dell’Istituto Italiano di Tecnologia (Iit). Nel luogo simbolo della fragilità e della bellezza del patrimonio culturale mondiale, dal 2019 sviluppiamo tecnologie avanzate al servizio della conservazione, con l’obiettivo di proteggere e valorizzare i beni culturali, unendo le competenze umanistiche a quelle scientifiche più innovative. Il settore delle nanotecnologie è per noi strategico: crediamo che la materia sia il primo veicolo della memoria, e preservarne l’integrità significa garantire la trasmissione del patrimonio alle generazioni future. È in quest’ottica che sviluppiamo materiali nanostrutturati, ovvero materiali progettati a livello molecolare, che consentono di mantenere inalterata nel tempo la struttura dei manufatti trattati, migliorandone la resistenza e rallentandone il degrado.
Crediamo che una ricerca sia davvero efficace solo se costruita insieme a chi ne metterà in uso il suo prodotto. Per questo collaboriamo da anni con il Parco Archeologico di Pompei, dove testiamo direttamente soluzioni per la conservazione in situ. Oggi, infatti, è cambiata la percezione della conservazione: non si rimuovono più affreschi o mosaici per portarli in museo, ma si cerca di renderli fruibili nel loro contesto originario, valorizzandone la relazione con il paesaggio e la storia del luogo.
Questa collaborazione è nata da una visione condivisa: la necessità di sviluppare tecnologie di frontiera per affrontare problemi che i metodi tradizionali non riescono più a risolvere. Un approccio centrato sulle esigenze concrete dei tutori del patrimonio, con cui costruiamo insieme soluzioni su misura. Le tecnologie che sviluppiamo sono pensate per essere applicabili in molteplici contesti, soprattutto dove il cambiamento climatico colpisce con maggiore intensità i beni culturali, come nelle aree desertiche, particolarmente vulnerabili a fenomeni estremi. È il caso di Al-‘Ula, in Arabia Saudita, dove affreschi e strutture antiche, oggi al centro di strategie di conservazione sostenibile promosse dal programma Saudi Vision 2030, sono minacciati da eventi climatici sempre più intensi.
In occasione della sesta conferenza Soft Power, svoltasi a Napoli nei giorni scorsi, abbiamo presentato il nostro lavoro come esempio concreto di diplomazia culturale. L’Italia è riconosciuta a livello internazionale per la sua leadership nella conservazione e nel restauro, un campo in cui possiamo costruire ponti scientifici e culturali con altri Paesi, condividendo competenze e sviluppando nuove collaborazioni. La Scienza della Conservazione diventa così non solo uno strumento di tutela, ma anche un mezzo per il dialogo, l’incontro e la cooperazione globale.
*Arianna Traviglia, Coordinator Center for Cultural Heritage Technology (Ccht)








