Supply chain sotto assedio

Come il nuovo ordine geopolitico sta ridisegnando logistica e strategie delle imprese

di Paolo Mondo*

(AdobeStock)

3' di lettura

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Negli ultimi anni, l’organizzazione della supply chain globale sta subendo una trasformazione più radicale di quanto avvenuto nei decenni precedenti. Se la globalizzazione aveva incentivato la costruzione di catene di approvvigionamento estremamente estese, ottimizzate sul costo e sull’efficienza, il nuovo contesto geopolitico — caratterizzato da guerre commerciali, protezionismo, conflitti regionali e pandemie - impone una revisione strutturale dei modelli tradizionali. La lezione appresa nella gestione della crisi COVID 19, ancora fresca nella memoria, e più recentemente lo choc provocato dall’introduzione di dazi doganali e barriere commerciali, volute dall’amministrazione americana in una logica di “decoupling” da economie rivali come quella cinese, stanno rimodellando profondamente non solo dove le aziende producono, ma come pensano alla resilienza stessa delle loro reti.

Il tramonto della globalizzazione ingenua

Per anni, la logica dominante era il “just-in-time” su scala planetaria: produzione dislocata dove il lavoro costava meno, trasporti globali efficienti, magazzini ridotti al minimo. Ma l’imposizione di dazi improvvisi, l’inasprirsi dei controlli doganali e le incertezze legate a tensioni come quelle tra Stati Uniti e Cina o Russia ed Europa hanno reso evidente un rischio sottovalutato: la vulnerabilità sistemica.

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Non si tratta solo di ritardi o di costi maggiori: intere filiere possono interrompersi improvvisamente, minando la capacità stessa delle imprese di operare.

Verso la “Regionalizzazione” e il “Friendshoring”

In risposta, molte aziende stanno passando da una supply chain globale a una regionale o multilocale: produzione più vicina ai mercati di consumo, fornitori distribuiti in aree politicamente “amichevoli” (friendshoring). L’obiettivo non è solo evitare dazi o interruzioni commerciali, ma anche garantire maggiore controllo e flessibilità.

Per esempio, settori strategici come quello dei semiconduttori o delle batterie per auto elettriche stanno vedendo una corsa al reshoring (riportare la produzione in patria) o nearshoring (verso Paesi vicini). Gli Stati Uniti, con iniziative come il CHIPS Act, cercano di ricostruire filiere domestiche in settori critici, spezzando la dipendenza da fornitori asiatici.

La nuova governance della supply chain: da costo a rischio

Un cambiamento cruciale riguarda il concetto stesso di gestione della supply chain. Dove prima dominava la ricerca spasmodica del costo più basso, ora il focus si sposta sulla gestione del rischio e la costruzione della resilienza.

Ciò implica:

• Diversificazione geografica: evitare dipendenze eccessive da singoli Paesi o fornitori.

• Ridondanza controllata: mantenere scorte maggiori o duplicare impianti produttivi in diverse aree geografiche.

• Investimenti tecnologici: utilizzo di strumenti di intelligenza artificiale e machine learning per prevedere interruzioni e adattare dinamicamente la supply chain.

• Compliance geopolitica: analizzare scenari politici ed economici per anticipare rischi normativi o restrizioni commerciali.

Mai come in questi ultimi anni il business risulta influenzato dalle vicende geopolitiche. In questo scenario, il Supply Chain Management diventa quasi una disciplina di geopolitica applicata: non basta più conoscere i fornitori o i tempi di consegna, bisogna interpretare mappe di alleanze, tensioni internazionali e dinamiche di potere.

Il rischio di “deglobalizzazione inefficiente”

Tuttavia, la regionalizzazione non è una panacea. Costruire supply chain multiple e ridondanti aumenta i costi, riduce l’efficienza e può rallentare l’innovazione. Inoltre, la competizione per accaparrarsi fornitori sicuri e “amici” rischia di creare nuove disuguaglianze e instabilità economiche.

La transizione verso un mondo di supply chain “più corte” ma anche più rigide comporta il pericolo di una “deglobalizzazione inefficiente”, dove i consumatori pagano di più per prodotti meno innovativi e le imprese devono affrontare margini sempre più compressi.

Dalla reattività alla strategia

In definitiva, la gestione della supply chain nel nuovo contesto geopolitico non può più essere pensata solo in termini operativi: è diventata una questione strategica al cuore stesso della competitività aziendale.

Le aziende che sapranno integrare in modo intelligente resilienza, diversificazione e capacità di adattamento geopolitico nei propri modelli operativi saranno quelle in grado di prosperare in un mondo che, ormai, è entrato nell’era della geoeconomia permanente.

*Senior Executive Advisor - EY Business Consulting

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