Politiche monetarie

Come l’integrazione monetaria ha trasformato la crescita regionale italiana

L’euro ha indebolito il Sud e rafforzato il Nord, con conseguenze rilevanti per la coesione sociale e le politiche fiscali

di Lucio Baccaro, Donato Di Carlo e Sinisa Hadziabdic

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L’Italia è entrata nell’euro con divari regionali profondi, ma l’integrazione monetaria li ha acuiti e trasformati. Nei primi anni Duemila si è consumato un cambiamento silenzioso, che ha ridefinito i motori della crescita territoriale e il rapporto economico tra Nord e Sud. È questo il messaggio che emerge da un nostro studio pubblicato recentemente sulla rivista scientifica «Socio-Economic Review», in cui analizziamo i modelli di crescita regionali italiani e le loro interdipendenze nel primo decennio dell’Unione monetaria.

Il punto di partenza è duplice: non solo Nord e Sud crescono a velocità diverse, ma poggiano su motori economici differenti. Nei primi anni Duemila, il quadro che emerge è quello familiare di un Nord trainato dalla manifattura e dalle esportazioni—integrato nelle catene del valore internazionali—e di un Sud trainato da domanda interna e spesa pubblica. Questa configurazione è spesso letta come prova di un Sud “sussidiato”, ma la realtà è più complessa. Per decenni quel modello ha svolto funzioni politiche e macroeconomiche importanti, sostenendo occupazione e domanda meridionale e garantendo uno sbocco stabile alla produzione industriale del Nord. Un equilibrio certo imperfetto, ma anche orientato alla coesione territoriale e alla stabilità sociale.

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Con l’euro, il modello meridionale, in particolare, entra in crisi. Negli anni Duemila la spesa pubblica smette di trainare la crescita, la domanda interna si contrae e il Sud finisce per dipendere dalle esportazioni verso il resto d’Italia, passando così da un modello “sussidiato” a uno di “dipendenza”. Il timore evocato da Gramsci negli anni ’20 di un Mezzogiorno ridotto a “colonia di sfruttamento” degli industriali del Nord sembra paradossalmente realizzarsi molti decenni dopo essere stato formulato. Nel primo decennio dell’euro, la risicatissima crescita del Mezzogiorno è trainata esclusivamente dalle esportazioni di beni e servizi a basso valore aggiunto verso le altre regioni italiane, mentre diviene negativo il contributo di consumi, investimenti, spesa pubblica ed esportazioni verso il resto del mondo. Al contempo, la crescita delle altre regioni italiane è un po’ più sostenuta e soprattutto meno dipendente dalle esportazioni interne.

Questa trasformazione riflette cambiamenti profondi. Negli anni Novanta le privatizzazioni riducono il ruolo delle imprese pubbliche al centro dello sviluppo meridionale. Parallelamente, la fine dell’intervento straordinario e i vincoli di Maastricht comprimono lo spazio fiscale. Lo Stato italiano diventa così uno “Stato del consolidamento”, costretto a generare avanzi primari e ridurre la propria capacità redistributiva.

La lezione va oltre il caso italiano. Il dibattito sull’euro si concentra spesso sull’ impatto a livello nazionale. I nostri risultati suggeriscono un’ipotesi diversa: quella di un impatto asimmetrico a livello regionale. Da un lato, l’integrazione monetaria ha rafforzato i territori già orientati alle esportazioni, che hanno beneficiato del mercato unico e della moneta unica per maggiore facilità negli scambi internazionali. Regioni come il Mezzogiorno, prive di economie orientate all’export, ne sono rimaste escluse.

Dall’altro, il Patto di stabilità ha ristretto lo spazio fiscale dei governi proprio quando, con l’euro, sarebbe stato più necessario utilizzare la leva fiscale per sostenere quei territori meno pronti al nuovo regime monetario. Nel caso italiano, tale dinamica è stata accentuata dalla riduzione dei fondi strutturali destinati al Sud a seguito dell’allargamento ad Est dell’Unione. Il risultato è stato l’indebolimento dei pilastri che, pur precariamente, avevano sostenuto il modello meridionale: capitalismo pubblico, politiche di sviluppo e trasferimenti.

Per questo è necessario analizzare l’integrazione monetaria attraverso una lente territoriale: ignorarne le conseguenze sulla coesione territoriale e sugli equilibri interni ai Paesi membri significa sottovalutare il rischio di fratture sociali e malcontento nei territori rimasti indietro. La sostenibilità del regime monetario europeo dipenderà anche dalla capacità delle istituzioni europee e nazionali di affrontarne gli effetti asimmetrici.

Direttore del Max Planck Institute for the Study of Societies

LSE e direttore del Luiss Hub for New Industrial Policy (LUHNIP)

Max Planck Institute for the Study of Societies

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