Lavoro

Come l’IA cambia le competenze richieste e la formazione dei futuri professionisti

L’IA sta comprimendo i tempi di apprendimento tradizionali, eliminando la fase di gavetta e richiedendo un nuovo modello di formazione basato su soft skills, pensiero critico e apprendimento continuo

di Luigi Riva*

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Qualche settimana fa un giovane collega mi ha chiesto quale fosse la deadline per un lavoro. Mi ha proposto due giorni. Gli ho risposto che non lo avrei accettato prima di una settimana. “Perché?” mi ha chiesto? “Per colpa dell’IA”, gli ho risposto. Non perché la tecnologia sia un problema in sé, ma perché rischia di comprimere il tempo necessario ad imparare.

Secondo l’ad di Microsoft IA, Mustafa Suleyman, in meno di 18 mesi il mondo arriverà all’automazione completa delle mansioni impiegatizie. Vedremo cosa accadrà nel mercato del lavoro, nei processi e nelle organizzazioni, ma che qualcosa sia cambiato nella formazione ed in particolare nella formazione dei professionisti è già oggi una certezza. Prima dell’IA si andava più lenti e a volte un lavoro veniva montato e smontato innumerevoli volte, tutto a mano, dal colore delle slide fino al controllo dei refusi, che richiedeva ore. Era un metodo per interiorizzare criteri di qualità e pensiero critico, per imparare a riconoscere un ragionamento fragile: in sintesi, per la crescita professionale. Era la nostra gavetta. Che ora non c’è più, almeno in quella forma.

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Non si tratta di nostalgia, ma di capire quale sarà la formazione dei professionisti di domani. Una questione che riguarda posizioni manageriali, specialisti e tecnici. Perché se entro il 2030 andranno progressivamente a sparire 92 milioni di posizioni impiegatizie (ma non solo, perché saranno coinvolti anche HR, legal, media e altro), 170 milioni di posti di lavoro verranno creati in nuovi ambiti – specialisti in Big Data e IA, ingegneri Fintech, esperti di sostenibilità e transizione ecologica – con un saldo positivo di 78 milioni di nuove posizioni (dati del World Economic Forum).

Le competenze umane che non sono replicabili dall’IA

Da una prospettiva diversa, l’Università di Oxford sostiene qualcosa di simile: se entro il 2035 quasi la metà dei lavori tradizionali potrebbe essere sostituita dall’IA, competenze umane come empatia, creatività e pensiero strategico rimarranno essenziali e difficilmente replicabili dalle macchine. Vedremo se i numeri saranno confermati, ma oggi l’IA può fare molte cose; non ha però pensiero strategico, non ha visione, fantasia, giudizio, cultura, etica, non connette i puntini, non pensa “outside the box”. Per cui, ora che l’IA ha eliminato la necessità della gavetta, come si formano i senior di domani?

Ovviamente la creazione delle competenze è un tema centrale e molto discusso. Se gli studenti usano l’IA a pieno ritmo – e la usano – le facoltà universitarie non possono fare finta di niente. Devono aggiornare e rivedere i loro percorsi di studio. È risaputo, inoltre, che aziende e lavoratori devono investire in reskilling e upskilling, in un lifelong learning che sostenga i percorsi di crescita e lo sviluppo di competenze trasversali. E questo deve avvenire privilegiando interdisciplinarietà e pensiero laterale. Potrei azzardare una previsione ma ipotizzo che le facoltà di Filosofia ritornino molto rilevanti nei percorsi di selezione delle aziende.

Tuttavia soft skills come pensiero critico, problem solving, intelligenza emotiva, collaborazione o visione strategica non sempre si imparano sui libri. Studiare è fondamentale, ma avere un maestro a volte lo è ancora di più. Per questo è importante che oggi il senior, oltre a correggere i risultati e fornire indicazioni, riesca a sollevare dubbi e riflessioni, chieda motivazioni, alternative scartate, criteri di scelta. Sperando che lo junior di oggi sia a sua volta in grado di diventare il maestro senior del giovane di domani.

In ogni caso, le aziende devono essere aperte, emotive, sperimentatrici ed è quindi fondamentale che abbiano un’organizzazione “Agile”, come già scritto su queste pagine. Oggi l’IA ci obbliga a ridisegnare il perimetro dei ruoli tradizionali, le aspettative di carriera, le tappe di crescita, la progressione, ma anche le competenze richieste e la formazione interna. Bisogna abbandonare i vecchi parametri. Per esempio, in una logica di HR ai tempi dell’IA, ambizione, motivazione e capacità di apprendimento possono essere più funzionali di un curriculum profondo e ricco di track record. Se la formazione implicita si riduce, la crescita manageriale non è più un effetto quasi automatico dell’esperienza.

Le analisi internazionali (OECD, WEF, ecc.) concordano che il punto centrale riguarda la formazione del giudizio. Una generazione abituata a strumenti potenti può risultare molto efficiente nella produzione, meno allenata nel sostenere una decisione in condizioni di incertezza. La produzione diventa più semplice; la valutazione resta complessa. Se la prima fase si accorcia drasticamente, la seconda rischia di non ricevere lo spazio necessario. Per questo bisogna diffidare di ogni lavoro consegnato troppo in fretta. E, come in ogni problema complesso, serve agire su più piani (organizzazione Agile, pixelizzazione, formazione continua, università, nuovi paradigmi di carriera). Un approccio multilivello che l’IA non potrebbe avere.

*Presidente Strategic Management Partners

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