Come cambieranno le nostre case
Siamo tornati a una dimensione di privacy integrale. In questo scenario è forse presto per comprendere quanto a fondo questa esperienza globale inciderà sulle nostre coscienze, sui nostri desideri e sul nostro modo di abitare ma si possano già ipotizzare alcuni scenari plausibili su cui riflettere
di Luca Molinari
3' di lettura
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In questi giorni tutto sembra aver subito un'implosione domestica. Cucina attiva 15 ore al giorno, quattro computer connessi in chat, Zoom, Meet, Hangouts oltre agli allineamenti con i quotidiani bollettini di guerra, mogli che fanno yoga in soggiorno e figli che saltano la corda con l'intermittenza di un criceto nella ruota, balconi che diventano confessionali pubblici per vicini sconosciuti, cicli di pulizie ossessivi e accumulo di derrate alimentari e igienizzanti di ogni sorta.
Immagino che quanto scritto sopra sia il classico ritratto di una casa borghese sotto il Covid-19. Ma che cosa ci racconta tutto questo delle case che saremo nei prossimi anni? Fino a poche settimane fa, la risposta sarebbe stata distratta, proiettata verso l'esterno del mondo e poco consapevole dei luoghi che abitualmente colonizziamo e abitiamo.
Dopo settimane di quarantena e almeno due miliardi di persone obbligate a vivere in maniera innaturale nella propria casa, le prospettive sono cambiate radicalmente. Il mondo in cui s'immaginava la repentina scomparsa delle cucine dalle nostre case, la compressione dei metri quadri a disposizione e una visione sempre più nomadica dell'abitare subirà dei cambiamenti interessanti sotto la spinta di una condizione mai sperimentata nella storia dell'umanità.
Per capire il cambiamento osservo i paradossi che la Rete regala copiosa, dai milionari russi che si installano la terapia intensiva di fianco alla palestra+sauna+piscina, ai poveri in India che si rifugiano sugl alberi, passando per le decine di sfondi domestici che appaiono ogni volta che attiviamo lo smart working. La casa che in questi giorni sto abitando, il micro-mondo in cui ci siamo rifugiati e di cui ci stiamo prendendo cura è parte di quell'autoritratto privato e collettivo che racconta così bene questo momento tragico e paradossale. La casa è diventata quel labirinto della mente che prima era quasi totalmente assorbita dalla vita in quelle città che oggi possiamo solo guardare dalla scena fissa della nostra finestra.
Siamo tornati a una dimensione di privacy integrale, difensiva da quello che di potenzialmente pericoloso si annida in ogni persona che non sia strettamente familiare, annullando con effetto immediato tutto quello che sembrava stesse cambiando i paesaggi metropolitani globali attraverso una shared economy fatta di Airbnb, Uber e co-working diffuso. Forse è presto per comprendere quanto a fondo questa esperienza globale inciderà sulle nostre coscienze e sui nostri desideri, ma credo che si possano ipotizzare alcuni scenari plausibili su cui riflettere.








