Il libro

Colpi in testa: i rischi neurologici nascosti negli sport da contatto

L’indagine di Tommaso Clerici sulle conseguenze cerebrali di discipline come boxe, football e rugby

di Massimo Donaddio

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A prima vista, quello di Tommaso Clerici, potrebbe sembrare un libro un po’ inquietante. “Colpi in testa”, la strage silenziosa degli sport da contatto, punta, infatti, i riflettori su quelle discipline sportive che, in alcuni casi, possono provocare effetti indesiderati – a volte transitori, a volte cronici – sul cervello, sul sistema nervoso centrale con i suoi riverberi sull’insieme mente-corpo di un atleta. Clerici, con un libro-inchiesta molto documentato, va a selezionare proprio quegli sport dove il contatto fisico è più forte, in particolare alla testa, per capire e spiegare se, ma soprattutto quando, le conseguenze per gli atleti sono un prezzo troppo alto da pagare per uno spettacolo pur bello, nobile e avvincente: quando, insomma, il prezzo del biglietto e il divertimento del pubblico non giustificano la (auto)distruzione di una persona, che pur compie una libera scelta quando decide di dedicarsi a un determinato sport, e magari di trarne guadagni economici (più o meno lauti).

La boxe, innanzitutto, ma anche il football americano, il wrestling, le arti marziali miste (Mma), il rugby, l’hockey, persino il calcio. Per ognuna di queste discipline, l’autore - scrittore e giornalista per il magazine sportivo online «Ultimo Uomo», a sua volta appassionato e praticante di boxe – racconta vicende e storie di atleti, alcuni anche molto famosi, che hanno visto la propria vita stravolta dagli effetti dei colpi ricevuti nei numerosissimi match di una carriera magari anche luminosa, ma che – spente le luci della ribalta – si è trasformata in un incubo e in un fardello a volte troppo pesante da portare per la salute.

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La spauracchio peggiore è la cosiddetta Cte, ossia l’encefalopatia traumatica cronica, una patologia neurodegenerativa riscontrabile, purtroppo, al momento solo post mortem, ma i cui segnali sono campanelli di allarme già in vita: memoria che svanisce, depressione, rabbia immotivata, scatti d’ira e di violenza, confusione, gesti inconsulti e altro ancora. Episodi di cui il libro parla, facendo nomi e cognomi di atleti interessati ai quattro angoli del globo, e le cui storie sono messe a confronto e valutate da numerosi esperti e medici sportivi di alto livello.

Un approccio onesto al problema

L’approccio di Clerici è, riteniamo, di grande interesse e onestà intellettuale: l’autore non è un oppositore in quanto tale delle discipline sportive raccontate nel libro, anzi: ne è un sincero appassionato. L’introduzione al testo racconta il suo amore per la boxe e la conoscenza di questo ambiente dal di dentro. Questo non toglie che – proprio per far sì che queste discipline continuino a vivere, limitando quanto più possibile delle conseguenze invalidanti per gli atleti – un’indagine documentata e onesta debba e possa far comprendere a lettori e atleti stessi qual è la posta in gioco nel delicato ma fondamentale bilanciamento tra salute e carriera. Proprio perché in nessun contesto si debba scegliere tra il lavoro e la vita, tra il successo e le possibili conseguenze nefaste di una competizione sportiva spinta fino al limite estremo.

Le commozioni cerebrali, ci ricorda il libro, sono state indagate fin dai tempi della medicina antica ma sono alcuni medici statunitensi che, nel corso del Novecento, arrivano a comprendere in maniera decisiva che colpi singoli o ripetuti alla testa causano emorragie multiple nelle parti più profonde del cervello, provocando danni al tessuto cerebrale (che appare contuso, ammaccato, gonfio e atrofizzato), fino al dottor Bennet Omalu, che identifica la sindrome Cte: il medico americano scopre che, a lungo andare e dopo ripetuti traumi, le proteine Tau presenti nel cervello fuoriescono e si accumulano creando dei grumi che soffocano le cellule cerebrali, diminuendo la loro efficacia ed efficienza, prima di ucciderle del tutto in un effetto molto simile a quello riscontrato dai pazienti affetti dal morbo di Alzheimer.

Ovviamente la boxe è da sempre sul banco degli imputati per evidenti motivi: i colpi in testa fanno proprio parte integrante di questo sport e una ricerca recente citata da Clerici ha osservato che circa il venti per cento dei pugili professionisti sviluppa una lesione cerebrale traumatica cronica nel corso della propria carriera, e fino al quaranta per cento dei pugili professionisti ritirati ha avuto una diagnosi riguardo a lesioni cerebrali croniche.

Che cosa si può fare

Ma se i pugni sferrati al volto e alla testa di un avversario fanno proprio parte dell’essenza del pugilato, altrettanto non si può dire di altri sport, che potrebbero intervenire per evitare ai propri atleti le conseguenze più drammatiche di questi colpi.

Il football americano ha cambiato le sue regole ed è diventato più attento agli scontri di gioco, dopo aver cercato prima di insabbiare e nascondere le motivazioni verosimili di una vera epidemia di demenza, depressione e suicidi che ha colpito alcune sue star a qualche anno dal ritiro. Il rugby, dopo alcuni casi eclatanti, ha fatto delle riflessioni sulla tutela dei giocatori. Il wrestling, poi, è stato falcidiato da morti premature per il mix letale di steroidi anabolizzanti e infortuni vari, tra cui i traumi cerebrali. Persino nel calcio i metodi di allenamento stanno in un qualche modo cambiando e gli allenatori non sottopongono più i giocatori a estenuanti sessioni sui colpi di testa.

La questione delle conseguenze dei traumi cerebrali e l’incidenza della Cte negli sport da contatto sono, per il momento, argomenti rilevanti e discussi soprattutto nel mondo anglosassone. In Italia e nel resto d’Europa il tema non ha finora fatto breccia, soprattutto perché sono stati resi noti molti meno casi di Cte, oppure nessuno (come nel nostro Paese).

Un motivo è che gli sport tipicamente americani da contatto sono molto meno diffusi in Europa e comunque vengono giocati a livello ben più blando e quindi con conseguenze diverse. Nonostante questo, alcuni casi ci sono, e taluni atleti, magari oggi ritiratisi dallo sport agonistico, temono per la loro salute futura.

Anche di questi casi parla Clerici nel libro, raccontando storie e intervistando i protagonisti delle vicende. Lo spaccato che ne emerge è estremamente interessante e aggiornato e potrebbe contribuire, proprio come nelle intenzioni dell’autore, ad aumentare la consapevolezza in tutto l’ambiente di questi sport – a cominciare dagli atleti più giovani e dalle famiglie – facendo sì che l’entusiasmo per la competizione e lo spettacolo non sacrifichi mai la legittima e doverosa protezione della salute degli atleti.

Tommaso Clerici

Colpi in testa. La strage silenziosa degli sport da contatto

Editore 66THAND2ND, pagg. 192, 18 euro

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