Il progetto

Coliving, dal 2020 arrivate nove famiglie

di Valentina Saini

2' di lettura

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Attirare nuovi residenti nei comuni di montagna offrendo abitazioni a condizioni estremamente vantaggiose, ma anche un periodo di accompagnamento per favorire la conoscenza reciproca tra vecchi e nuovi abitanti, invitando questi ultimi a contribuire in qualche modo alla comunità. È questa la filosofia che anima Coliving, progetto partito in Trentino nel 2020 grazie a una collaborazione tra vari attori, che prevede la messa a disposizione di alloggi di Itea, l’Istituto trentino per l’edilizia abitativa, in comodato gratuito per quattro anni a fronte di un progetto concreto per mettere le proprie competenze a disposizione della collettività. Inaugurato a Luserna, 1333 metri sul livello del mare e circa 260 abitanti, nel cuore dell’Alpe Cimbra, il progetto è stato poi replicato a Canal San Bovo, comune da circa 1480 abitanti a 758 metri di altitudine, capoluogo della valle del Vanoi. La selezione avviene secondo criteri quantitativi, a partire da indice Isee e numero di figli, e qualitativi, attraverso una lettera motivazionale in cui i candidati spiegano come vogliono collaborare alla vita della comunità. «A Luserna, ad esempio, si è trasferito con la famiglia un fotografo che ha realizzato servizi fotografici e spot, in alcuni casi gratuitamente, per promuovere il patrimonio paesaggistico e culturale del comune», spiega Valentina Chizzola, ricercatrice senior della Fondazione Franco Demarchi incaricata di supervisionare l’accompagnamento e il monitoraggio delle attività del progetto. «Altre due persone hanno ristrutturato una piccola palestra che poi è stata messa a disposizione di tutti». Canal San Bovo, invece, ha recuperato il suo cinema grazie ai nuovi arrivati, che lo hanno riaperto e hanno organizzato un cineforum. A detta di Chizzola, Coliving è «un unicum nei progetti abitativi rivolti alle zone periferiche, perché affronta il problema dello spopolamento non solo pensando a un aumento numerico, ma anche prefigurando un’integrazione tra la comunità dei nuovi abitanti e dei residenti». Il lavoro non è stato un problema. C’è chi opera in smartworking andando in sede solo una o due volte in settimana, c’è chi addirittura ha trovato lavoro dopo essersi trasferito, rileva Chizzola, alla quale il progetto ha dato molte soddisfazioni: «c’è stata una partecipazione molto forte da parte delle comunità, è stato bello vederle rinascere».

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