Guerra commerciale

Coface, nuovi dazi Usa un ulteriore freno alla competitività dell'Ue

L'intesa per tariffe al 15% è «un compromesso squilibrato» anche se «evita il peggio» con un impatto sulle imprese europee particolarmente severo in diversi settori chiave

di Chiara Di Michele

2' di lettura

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(Il Sole 24 Ore Radiocor) - L'accordo tra Stati Uniti e Unione europea sui dazi rappresenta un «compromesso squilibrato» che «evita il peggio, ma indebolisce ulteriormente la competitività europea». Lo sottolinea Coface, player mondiale di riferimento nella gestione del rischio credito commerciale, commentando l'aliquota del 15% per il 70% delle esportazioni dell'Ue verso gli Usa. «Questo compromesso - commentano gli analisti - evita la minaccia di una tariffa del 30% inizialmente prospettata dal presidente statunitense, ma rimane comunque ben al di sopra dell'aliquota dell'1,2% applicata nel 2024», commentano gli analisti, evidenziando come sia «messa in discussione la fattibilità» degli impegni di Bruxelles di investire 600 miliardi di dollari negli States e acquistare prodotti energetici statunitensi per 750 miliardi di dollari in tre anni

L'Europa in una posizione relativamente migliore dei suoi concorrenti

Nonostante «la sua natura squilibrata, questo accordo pone l'Ue in una posizione relativamente privilegiata» evidenzia Coface, spiegando che «solo il Regno Unito gode di un trattamento più favorevole, mentre anche il Giappone affronterà un'aliquota del 15%, l'Indonesia e le Filippine del 19% e il Vietnam del 20%». Ci sono poi i paesi senza accordo – Canada, Messico, Corea del Sud e Brasile – contro i quali Trump minaccia dazi compresi tra il 25% e il 50%. Questa «gerarchizzazione» dei partner commerciali statunitensi conferma la strategia di negoziazione bilaterale dell'amministrazione Trump, che privilegia i rapporti di forza bilaterali rispetto agli accordi multilaterali.

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L'impatto sulle imprese europee sarà particolarmente severo in diversi settori chiave. L'industria siderurgica rimane soggetta a tariffe del 50%, mentre automotive, chimico e macchinari si trovano ora di fronte al 15%. Per il settore automobilistico, già indebolito dalla concorrenza cinese, questa tassa rappresenta un ulteriore ostacolo su un mercato statunitense cruciale. «La sfida è ancora più complessa considerando che l'apprezzamento del 13% dell'euro rispetto al dollaro da gennaio sta esacerbando la perdita di competitività di prezzo», evidenzia Coface. «Valutare l'impatto economico di queste tariffe dipende in gran parte da chi assorbirà i maggiori costi lungo la catena del valore, ovvero dagli esportatori europei (e dai loro fornitori) fino ai consumatori statunitensi». Recenti indagini condotte dalle banche regionali della Federal Reserve suggeriscono che le imprese e i consumatori statunitensi stanno assorbendo quasi il 90% dei costi aggiuntivi derivanti dagli aumenti tariffari. Tuttavia, per alcuni prodotti facilmente sostituibili, l'impatto potrebbe essere maggiore per gli esportatori europei. La capacità delle aziende europee di assorbire il peso delle tariffe appare già limitata in settori come acciaio, chimico e automobilistico».

«L'accordo commerciale raggiunto tra Ue e Stati Uniti appare come una soluzione pragmatica per evitare un'escalation ancora più dannosa, ma lascia emergere un evidente squilibrio che incide negativamente sulla competitività delle imprese europee, in particolare nei settori strategici per l’Italia come automotive, siderurgico e chimico», commenta Pietro Vargiu, Country Manager Coface Italia. «In questo contesto di maggiore pressione tariffaria e di volatilità valutaria, è cruciale per le aziende italiane implementare strategie mirate per gestire efficacemente i rischi commerciali e finanziari. Da parte nostra, come Coface, confermiamo il massimo impegno nell'affiancare le imprese con soluzioni personalizzate e strumenti avanzati, consentendo loro di mitigare l'impatto delle nuove barriere tariffarie e di cogliere ogni opportunità di crescita sostenibile sui mercati internazionali».

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