Medio Oriente

Coface, con escalation in Medio Oriente rischi ben oltre lo shock energetico

Se il conflitto si prolunga è una minaccia per l'economia globale. De Martinis: «Non è solo un problema di prezzo del petrolio ma un segnale d'allarme per chiunque operi in filiere internazionali»

di Chiara Di Michele

( EPA/Olivier Hoslet)

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L’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran sta mettendo sotto forte tensione i mercati energetici. I rischi legati allo Stretto di Hormuz – snodo cruciale per i flussi di energia – potrebbero trasformarsi in una minaccia per l’economia globale qualora il conflitto dovesse proseguire. «Un conflitto limitato a pochi giorni o settimane dovrebbe avere un impatto contenuto. Tuttavia, se il conflitto dovesse continuare, le conseguenze macroeconomiche potrebbero essere significative e andare oltre il tema dei prezzi dell’energia», sottolinea Ruben Nizard, Head of Sector Research, Coface. «In caso di interruzione prolungata, il Brent potrebbe raggiungere fino a 147 dollari al barile», dopo la fiammata di lunedì 9 marzo, vicino ai 120 dollari con rialzi fino al 30% circa. Il rialzo è stato dovuto «soprattutto al maggiore 'premio' per il rischio geopolitico, più che a interruzioni immediate e concrete delle forniture», osserva l'esperto. Prima dell'escalation, il mercato petrolifero era ampiamente in surplus con un’offerta abbondante, sostenuta dai produttori non Opec+ e dal rapido riassortimento delle scorte. Questa situazione manteneva i prezzi sotto pressione (in media 68 dollari al barile nel 2025), ma il conflitto ha cambiato lo scenario, reintroducendo un’incertezza estrema sulla sicurezza delle forniture.

Lo Stretto di Hormuz, rischio petrolio oltre il picco del 2022

Il principale rischio si concentra nello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% del petrolio consumato nel mondo e quasi il 30% delle spedizioni marittime di greggio. «La capacità di bypassare lo Stretto è limitata e non sufficiente ad assorbire uno shock rilevante» mettono in evidenza gli esperti di Coface, spiegando che interruzioni prolungate o ripetute potrebbero plausibilmente spingere il Brent in territorio a tre cifre, con la possibilità di superare il picco di febbraio 2022 (122 dollari/barile) o addirittura il record del 2008 (147 dollari/barile).

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Il rischio di lungo periodo: uno shock macroeconomico globale

Uno scenario estremo con prezzi del petrolio stabilmente sopra i 100 dollari al barile innescherebbe una nuova accelerazione dell’inflazione globale e probabilmente costringerebbe le banche centrali a invertire la rotta, passando dall’allentamento monetario a un irrigidimento generalizzato. Un aumento prolungato di 15 dollari del Brent potrebbe ridurre la crescita globale di circa 0,2 punti percentuali e aggiungere quasi 0,5 punti percentuali all’inflazione. In tale contesto, il rischio di stagflazione – combinazione di crescita debole e inflazione elevata – tornerebbe a rappresentare una minaccia concreta per l’economia mondiale, con gravi conseguenze per le imprese e per il commercio internazionale.

L'impatto sulle filiere internazionali, imprese sotto pressione

«Quello che stiamo osservando non è solo un problema di prezzo del petrolio ma un segnale d'allarme per chiunque operi in filiere internazionali» ha commentato Ernesto De Martinis, ceo Regione Mediterraneo & Africa di Coface. «Costi logistici e di spedizione in aumento, tempi di consegna allungati: per le imprese si traduce in pressione immediata sui margini e sul capitale circolante. A questo si aggiunge una difficoltà crescente nel pianificare acquisti e contratti in un contesto di prezzi volatili», sottolinea De Martinis. «Se la crisi dovesse prolungarsi, il rischio va oltre l’aspetto inflazionistico: si potrebbe deteriorare la capacità delle controparti commerciali di onorare i propri impegni nei tempi previsti, con ricadute dirette sulla liquidità e sulla regolarità dei pagamenti lungo tutta la catena del valore. È per questo che continueremo a monitorare l'evoluzione della situazione con grande attenzione, aggiornando le nostre valutazioni di rischio per offrire alle imprese gli strumenti necessari a navigare questa fase di incertezza».

Effetti a catena ben oltre il petrolio

Le implicazioni vanno ben oltre il solo mercato petrolifero. Lo Stretto di Hormuz è cruciale anche per il trasporto di gas naturale liquefatto (Gnl), fertilizzanti, metalli industriali (alluminio) e petrolchimica. Inoltre, altri snodi strategici, come Bab el-Mandeb o il Canale di Suez, potrebbero essere coinvolti in caso di ulteriore escalation regionale, con un conseguente aumento dei costi di trasporto e dei premi assicurativi per le spedizioni. Questa progressiva perturbazione delle catene di approvvigionamento accresce il rischio di carenze e pressioni inflazionistiche, soprattutto per le economie più dipendenti dalle importazioni energetiche.

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